L’accordo tra AUSL Bologna e FIMMG rafforza la collaborazione tra medicina generale, diabetologia e professionisti territoriali. Una scelta che promette cure più vicine, continue e personalizzate, senza trasformare il medico di famiglia in un diabetologo improvvisato.
Estratto: A Bologna la cura del diabete si avvicina alla vita quotidiana delle persone. Il rinnovo dell’accordo tra AUSL e medici di famiglia rafforza un modello nel quale il paziente non viene spedito da un ambulatorio all’altro, ma seguito attraverso un percorso condiviso con diabetologi, infermieri e altri specialisti.
Che cosa cambia con il nuovo accordo sul diabete a Bologna
Il medico di famiglia torna al centro della cura del diabete. Non perché il diabetologo venga messo da parte, né perché la complessità della malattia possa essere chiusa nel cassetto di una scrivania territoriale. Torna al centro perché, nella gestione di una patologia cronica, qualcuno deve conoscere non soltanto la glicemia, ma anche la persona che quella glicemia se la porta dietro ogni giorno.
Il 17 luglio 2026 l’Azienda USL di Bologna e la FIMMG provinciale hanno rinnovato l’intesa sul Progetto Gestione Integrata del Diabete. Il modello prevede che la persona sia seguita continuativamente dal medico di medicina generale, in collegamento con il diabetologo e con gli altri professionisti coinvolti. L’obiettivo dichiarato è ridurre la frammentazione dell’assistenza, garantendo controlli, terapie e approfondimenti specialistici nel momento appropriato. (Azienda USL di Bologna)
L’intesa del 2026 prosegue il percorso aggiornato nel 2025, a sua volta evoluzione del progetto avviato nel 2018. Il rinnovamento si è reso necessario per rispondere all’aumento della prevalenza del diabete, alle nuove indicazioni terapeutiche e alle maggiori possibilità prescrittive riconosciute alla medicina generale. (Azienda USL di Bologna)
Non è dunque una rivoluzione con fanfare e trombe. È qualcosa di più utile: una ricucitura.
Perché il medico di famiglia è decisivo nelle malattie croniche
Il diabete non si presenta alla porta soltanto il giorno della visita specialistica. Vive nei pasti, nel sonno, nell’attività fisica, nelle altre terapie, nelle difficoltà economiche, nella solitudine e nelle numerose patologie che spesso accompagnano l’età adulta.
Il diabetologo possiede le competenze specialistiche indispensabili per inquadrare la malattia, definire gli obiettivi terapeutici, affrontare gli scompensi e gestire le situazioni complesse. Il medico di famiglia, però, custodisce qualcosa di altrettanto prezioso: la continuità.
Conosce la storia clinica complessiva dell’assistito, i farmaci prescritti da altri specialisti, il rischio cardiovascolare, la funzione renale, la pressione arteriosa, le condizioni familiari e, spesso, persino quella frase pronunciata sottovoce che in una visita affrettata rischierebbe di andare perduta.
Il modello regionale attribuisce alla medicina generale compiti che comprendono l’identificazione delle persone a rischio, la diagnosi precoce, la condivisione del piano assistenziale, il controllo periodico, il monitoraggio delle terapie, l’educazione sanitaria e la ricerca tempestiva delle complicanze. È previsto inoltre lo scambio omogeneo dei dati clinici con le strutture diabetologiche attraverso strumenti informativi condivisi. (Salute)
In parole povere, il medico di famiglia non deve aspettare che il paziente si presenti quando qualcosa scricchiola. Deve contribuire a impedire che il tetto cada.
Un modello pensato soprattutto per il diabete di tipo 2 stabile
È necessario chiarire un punto, perché nel diabete le semplificazioni sono comode quanto un paio di scarpe di due numeri più piccole.
La gestione integrata non significa che ogni persona con qualsiasi forma di diabete verrà seguita prevalentemente dal medico di famiglia. Le linee regionali individuano come candidati soprattutto gli adulti con diabete di tipo 2 metabolicamente stabile, privi di complicanze medio-gravi e trattati con farmaci non insulinici o, in determinate condizioni, con insulina basale.
Le strutture diabetologiche mantengono invece la presa in carico continuativa delle persone con diabete di tipo 1, diabete autoimmune dell’adulto, terapia insulinica multiniettiva, microinfusore, instabilità metabolica, gravidanza o complicanze rilevanti. Possono inoltre riprendere temporaneamente il paziente quando intervengono scompensi, infezioni ricorrenti, interventi chirurgici o eventi cardiovascolari. (Salute)
Il medico di famiglia torna quindi al centro, ma al centro di una rete. Da solo sarebbe un bersaglio, non un sistema sanitario.
I numeri del diabete nel territorio bolognese
Nel territorio dell’AUSL di Bologna il diabete interessa circa 55.000 adulti, con una prevalenza stimata del 7,2%. La percentuale sale all’8,2% nel Distretto dell’Appennino, mentre nella città di Bologna si attesta intorno al 6,8%. La frequenza cresce con l’età ed è maggiore tra gli uomini. (Azienda USL di Bologna)
Nel solo 2024 l’AUSL ha registrato 8.772 prime visite diabetologiche e 20.878 visite di controllo, per un totale di 29.650 prestazioni. Sono numeri che raccontano la diffusione della malattia, ma anche la pressione esercitata sui servizi specialistici. (Azienda USL di Bologna)
Ampliare la gestione integrata può quindi permettere ai centri diabetologici di concentrare maggiormente le competenze sui casi complessi, sulle tecnologie, sulle complicanze e sulle fasi di instabilità. Nello stesso tempo, le persone con diabete tipo 2 stabile possono ricevere controlli più vicini al domicilio e inseriti nella gestione complessiva della propria salute.
Non si tratta di scaricare lavoro dall’ospedale al territorio. Si tratta di utilizzare ogni professionalità dove produce il maggiore beneficio.
Dalla medicina d’attesa alla medicina di iniziativa
La vera novità culturale è il passaggio dalla medicina d’attesa alla medicina di iniziativa.
Nel vecchio schema il paziente prenota, aspetta, si presenta, riceve indicazioni e torna a casa. Se salta un controllo, peggiora lentamente o interrompe la terapia, il sistema può accorgersene con ritardo.
Il modello integrato prevede invece controlli programmati, richiamo delle persone che non si presentano, verifica dell’aderenza terapeutica, educazione all’autogestione e collaborazione con gli infermieri della cronicità. Le indicazioni regionali comprendono anche il monitoraggio dei parametri clinici, l’ispezione dei piedi e la programmazione degli esami previsti dal percorso assistenziale. (Salute)
È un’impostazione antica e moderna insieme. Antica perché recupera il medico che conosceva la famiglia e seguiva la persona nel tempo. Moderna perché quella relazione viene inserita in una rete fatta di protocolli condivisi, dati elettronici, specialisti e valutazione dei risultati.
Il paziente non deve essere l’unico postino della propria salute
Troppo spesso chi convive con una malattia cronica diventa il corriere dei propri referti. Porta una lettera al medico, un risultato allo specialista, una prescrizione all’infermiere, poi torna indietro perché manca un timbro. Alla fine conosce tutti i corridoi, ma nessuno sembra possedere l’intera mappa.
La gestione integrata dovrebbe evitare proprio questo. Il piano di cura deve essere condiviso, le informazioni accessibili ai professionisti autorizzati e le responsabilità chiaramente definite.
Anche la persona con diabete assume un ruolo attivo. L’accordo bolognese prevede educazione sanitaria, sostegno all’aderenza terapeutica, attenzione agli stili di vita e coinvolgimento dei caregiver quando necessario. (Azienda USL di Bologna)
Essere al centro, tuttavia, non deve significare essere lasciati soli. L’autogestione funziona quando è accompagnata da formazione, strumenti comprensibili e riferimenti facilmente raggiungibili.
I vantaggi possibili per cittadini e sanità
Una gestione integrata ben realizzata può favorire diagnosi più precoci, controlli regolari, individuazione tempestiva delle complicanze e maggiore appropriatezza degli accessi specialistici.
Può inoltre contribuire a ridurre le disuguaglianze. Chi è anziano, fragile, non autosufficiente o vive lontano dagli ospedali può incontrare maggiori difficoltà nel rispettare appuntamenti ripetuti. Portare una parte della gestione vicino al domicilio significa rendere il diritto alla cura un po’ meno teorico.
L’AUSL di Bologna indica tra gli obiettivi del rinnovo proprio il miglioramento dell’accessibilità, dell’appropriatezza e dell’equità, insieme all’ampliamento progressivo del numero di persone inserite nel percorso. (Azienda USL di Bologna)
La sfida adesso è trasformare l’accordo in pratica quotidiana
Le firme sono importanti, ma non misurano la glicemia, non controllano i piedi e non telefonano a chi ha saltato una visita.
Perché il progetto funzioni serviranno tempo professionale, personale infermieristico, formazione continua, sistemi informatici comunicanti e canali rapidi di confronto tra medico di famiglia e diabetologo. Servirà soprattutto valutare i risultati: quante persone vengono prese in carico, quanti controlli sono completati, quali complicanze vengono individuate precocemente e dove persistono differenze territoriali.
Il rinnovo bolognese rappresenta una direzione promettente. La qualità reale dipenderà da ciò che accadrà dopo la fotografia della firma, quando resteranno sul tavolo le cartelle cliniche, le agende piene e le persone vere.
Domande frequenti
Il medico di famiglia sostituirà il diabetologo?
No. Il medico di famiglia coordina il monitoraggio delle persone eleggibili e lavora in collegamento con la struttura diabetologica. I casi complessi e il diabete di tipo 1 restano affidati prevalentemente ai centri specialistici.
Chi può entrare nella gestione integrata?
In linea generale, il percorso riguarda soprattutto persone con diabete tipo 2 stabile e senza complicanze medio-gravi. L’inserimento deve comunque essere valutato individualmente e condiviso con il paziente.
Qual è il principale vantaggio per il cittadino?
Ricevere una cura più continua e vicina al domicilio, con controlli programmati e un migliore coordinamento tra medicina generale e specialistica.
In sintesi
Bologna rinnova un modello nel quale il medico di famiglia diventa il riferimento continuativo per molte persone con diabete tipo 2, senza sostituire il diabetologo. La forza dell’accordo sta nella collaborazione, nella prevenzione e nella prossimità delle cure. La prova decisiva sarà l’applicazione concreta: meno passaggi a vuoto, informazioni realmente condivise e nessun paziente lasciato a fare da centralinista tra ambulatori che non si parlano.
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