Facciamo il punto sullo stato della ricerca per prevenire e curare le principali complicanze collegate alla patologia diabetica

Al 23 aprile 2026, il progresso più importante nella ricerca sulle complicanze del diabete è questo: non si guarda più solo alla glicemia, ma alla protezione d’organo. I risultati più solidi riguardano soprattutto il diabete di tipo 2, ma stanno arrivando finalmente anche dati specifici per il tipo 1, soprattutto sul rene. (Diabetes Journals)

Reni. Qui la ricerca ha fatto il salto più netto. Nel diabete con malattia renale cronica, gli SGLT2-inibitori restano la base della protezione cardiorenale; in più, il trial FLOW ha mostrato che la semaglutide riduce gli esiti renali clinicamente rilevanti e la morte cardiovascolare nei pazienti con tipo 2 e CKD. Un altro passo avanti è la terapia combinata: il trial CONFIDENCE ha mostrato che iniziare insieme finerenone + empagliflozin abbassa l’albuminuria più della monoterapia, e l’ADA 2026 ha già recepito questo concetto come opzione nei pazienti con tipo 2 e albuminuria persistente. (Diabetes Journals)

Per il tipo 1, la novità davvero rilevante è il trial FINE-ONE: nel 2026 ha mostrato che il finerenone riduce in modo significativo il rapporto albumina/creatinina urinaria rispetto al placebo in adulti con T1D e CKD. È un risultato importante perché, finora, quasi tutta la protezione renale “moderna” era sostenuta da dati del tipo 2. Va però detto con chiarezza che per il tipo 1 servono ancora conferme su esiti duri a lungo termine, come dialisi, calo stabile del filtrato e mortalità. (New England Journal of Medicine)

Occhi. Nella retinopatia diabetica i progressi maggiori riguardano farmaci intravitreali più “durevoli” e uno screening più precoce. Nei trial YOSEMITE/RHINE, faricimab ha mantenuto i guadagni visivi nel macular edema diabetico con meno iniezioni rispetto ad aflibercept ogni 8 settimane; a 96 settimane, oltre il 60% dei pazienti era ancora trattabile ogni 16 settimane e circa l’80% ogni 12 settimane o più. Anche aflibercept 8 mg nel trial PHOTON va nella stessa direzione: tra chi ha completato 96 settimane, l’88% e l’83% ha mantenuto intervalli di almeno 12 e 16 settimane, rispettivamente. (ScienceDirect)

Un altro filone interessante per gli occhi è che la terapia non è più soltanto “locale”. Un trial pubblicato nel 2024 ha mostrato che fenofibrato può rallentare la progressione della retinopatia in persone con segni retinici iniziali. Intanto le linee guida oftalmologiche 2025 confermano che gli anti-VEGF riducono la gravità della retinopatia e trattano efficacemente la forma proliferante, ma che la panfotocoagulazione retinica (PRP) resta ancora importante in molti casi. (PubMed)

Sempre sugli occhi, la ricerca organizzativa è quasi importante quanto quella farmacologica. Una meta-analisi del 2026 sui sistemi di AI autonoma per lo screening della retinopatia ha trovato una sensibilità/specificità aggregate di circa 0,93/0,90, molto vicine alla valutazione esperta. In uno studio reale di Johns Hopkins, l’uso dell’AI nello screening ha aumentato l’aderenza ai controlli oculari di 7,6 punti percentuali e ha ridotto parte delle disuguaglianze di accesso. Questo non cura la retinopatia, ma può farla trovare prima, quando è più trattabile. (Nature)

Cuore. Qui la ricerca si è allargata dall’aterosclerosi allo scompenso cardiaco. Nel diabete tipo 2 ad alto rischio, il trial SOUL ha mostrato che la semaglutide orale riduce gli eventi cardiovascolari maggiori: 12,0% con farmaco contro 13,8% con placebo, con HR 0,86. Parallelamente, nello scompenso a frazione di eiezione preservata (HFpEF) associato a obesità, la ricerca sugli incretinici è cresciuta molto: nel STEP-HFpEF DM la semaglutide ha migliorato sintomi, cammino e qualità di vita, con meno primi eventi di scompenso; nel trial con tirzepatide è emersa una riduzione del composito di morte cardiovascolare o peggioramento dello scompenso. (American College of Cardiology)

Questi risultati stanno già cambiando il quadro clinico: gli aggiornamenti ADA 2026 hanno aggiunto le terapie GLP-1/GIP-GLP-1 tra le opzioni raccomandate nell’HFpEF associato a obesità, e hanno rafforzato l’idea di una gestione integrata cardio-renale. In pratica, il cuore non viene più considerato una complicanza “separata” del diabete, ma parte di una stessa sindrome cardio-reno-metabolica. (PMC)

Per il diabete di tipo 1, però, sul cuore il messaggio è più prudente: il rischio cardiovascolare resta molto elevato, circa 2-4 volte quello della popolazione generale, ma i veri cardiovascular outcome trials dedicati al T1D sono ancora pochi o assenti. Proprio per questo nel 2025 è stato lanciato il progetto CaRe-T1D, e un editoriale su Diabetes Care ha sottolineato che nei CVOT del tipo 1 “non siamo ancora arrivati”. Quindi, nel T1D la protezione cardiovascolare oggi continua a poggiare soprattutto su controllo glicemico precoce, pressione, lipidi e protezione renale, mentre i nuovi farmaci cardiorenali stanno solo adesso iniziando a produrre prove dedicate. (PubMed)

In una frase: rene = l’area con i progressi più forti e più vicini al T1D; occhi = terapie più durature + AI per trovare prima la malattia; cuore = grandi avanzamenti nel T2D, soprattutto su aterosclerosi e HFpEF, ma nel T1D la ricerca è ancora indietro.

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Di Roberto Lambertini

Roberto Lambertini è nato a Bologna il 4 settembre 1961. Fin da giovane è stato appassionato di lettura, libri e informazione.

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