Una pillola contro il diabete di tipo 1: il baricitinib apre nuove prospettive
Lo studio australiano BANDIT conferma a due anni la promessa di rallentare la progressione della malattia
Il diabete di tipo 1 è una delle condizioni croniche più impegnative da affrontare: una diagnosi che spesso arriva in giovane età e che comporta, per tutta la vita, la necessità di insulina iniettata e un attento monitoraggio dei livelli di zucchero nel sangue. Ma oggi, dal cuore della ricerca clinica internazionale, arriva una notizia che profuma di speranza.
A Vienna, durante il congresso annuale dell’Associazione Europea per lo Studio del Diabete (EASD), sono stati presentati i risultati a due anni dello studio BANDIT (Baricitinib in New Onset Type 1 Diabetes), condotto in Australia. Al centro dell’indagine c’è il baricitinib, un farmaco già usato per artrite reumatoide e alopecia, che in questo contesto ha mostrato un potenziale sorprendente: proteggere le cellule pancreatiche che ancora producono insulina e rallentare la progressione del diabete di tipo 1.
Lo studio BANDIT: come funziona la pillola quotidiana
Lo studio ha coinvolto 91 persone tra i 10 e i 30 anni, a cui era stato diagnosticato il diabete di tipo 1 nei 100 giorni precedenti. I partecipanti hanno assunto una pillola al giorno di baricitinib (4 mg) o un placebo per 48 settimane.
Durante questo periodo, i ricercatori hanno misurato la capacità del corpo di produrre insulina (tramite il peptide C), il fabbisogno di insulina esogena e la stabilità della glicemia grazie al monitoraggio continuo.
I risultati dopo un anno sono stati incoraggianti: il baricitinib ha preservato la funzionalità delle cellule beta, ridotto le oscillazioni della glicemia e limitato il bisogno di insulina. Inoltre, il farmaco è risultato sicuro, senza effetti collaterali rilevanti.
Il follow-up a due anni: cosa succede dopo la sospensione
Il vero banco di prova è arrivato con il follow-up alle settimane 72 e 96, cioè dopo la sospensione del farmaco. Qui i dati hanno mostrato un calo progressivo della produzione di insulina:
- a 48 settimane il peptide C era 0,65 nei pazienti trattati con baricitinib, contro 0,43 nel gruppo placebo;
- a 96 settimane i valori erano scesi rispettivamente a 0,37 e 0,26.
In altre parole, i benefici si attenuano quando il trattamento viene interrotto. Tuttavia, durante il periodo di assunzione, i pazienti avevano goduto di un miglior controllo glicemico e di una minore dipendenza dall’insulina.
Perché è una svolta
Secondo la dott.ssa Michaela Waibel, ricercatrice del St Vincent’s Institute of Medical Research, “il baricitinib si distingue perché è orale, ben tollerato, anche dai bambini, ed è chiaramente efficace. I nostri dati confermano che l’effetto terapeutico si perde alla sospensione, giustificando ulteriori studi per verificarne l’uso a lungo termine”.
La novità è duplice: non si parla di una terapia sostitutiva come l’insulina, ma di un trattamento modificante la malattia. L’obiettivo è agire precocemente, preservando la funzione delle cellule beta e ritardando la dipendenza totale dall’insulina.
Prospettive future
I ricercatori auspicano ora l’avvio di studi di fase III su larga scala, sia in persone con diabete di tipo 1 di nuova diagnosi sia in individui ad alto rischio, identificabili con test genetici e marcatori immunitari.
Se i risultati saranno confermati, il baricitinib potrebbe essere approvato entro 5 anni come primo trattamento orale capace di ritardare l’insorgenza clinica del diabete di tipo 1.
Una speranza concreta per milioni di persone
Il diabete di tipo 1 colpisce circa 25.000 italiani sotto i 20 anni e continua a crescere in tutto il mondo. Una terapia in grado di allungare i tempi prima della completa dipendenza dall’insulina significherebbe vita più serena, minori complicanze e una gestione quotidiana meno gravosa.
La strada è ancora lunga, ma lo studio BANDIT ci mostra che la ricerca non si ferma e che, forse, un domani, convivere con il diabete potrebbe diventare meno difficile.
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