Viaggio semiserio nella rivincita della tradizione contro le mode effimere, ovvero come la sostanza ha sconfitto l’apparenza e perché dovremmo tutti tornare un po’ alla terra.

Il Rinascimento del Burino

C’è un momento preciso, solitamente al tramonto, quando la luce indora i profili spigolosi delle nostre città frenetiche, in cui l’animo umano cerca rifugio. Non cerca il wifi, non cerca l’ultimo modello di telefono che fa anche il caffè, e nemmeno l’approvazione effimera di uno sconosciuto su uno schermo luminoso. Cerca casa. Cerca l’odore del sugo che pippia, quel gorgoglio lento e rassicurante che è la colonna sonora della nostra storia. Ed è proprio qui, in questo scarto tra la modernità liquida e la solidità del passato, che riemerge una figura mitologica, spesso vituperata, incompresa, ma oggi più che mai necessaria: il burino.

Diciamocelo chiaramente, con quella schiettezza che è la prima virtù dei nostri nonni; per anni abbiamo usato questa parola come una clava, un insulto da salotto buono per definire chi era troppo rumoroso, troppo colorato, troppo “di pancia”. Abbiamo storto il naso davanti alle camicie sbottonate, alle risate sguaiate, alle mani callose che non sapevano tenere in mano un calice di cristallo senza il timore di frantumarlo. Eravamo sciocchi, eravamo ciechi. Inseguivamo un ideale di raffinatezza asettica, fatta di minimalismo nordico e cibi che si fotografano ma non saziano, dimenticando che la vita, quella vera, quella che pulsa nelle vene e fa arrossire le guance, è sporca di terra, profuma di aglio e parla in dialetto.

Essere “burini”, oggi, non è più un marchio d’infamia. È una medaglia al valore. È la resistenza dell’umanità contro l’algoritmo. In un mondo che ci vuole tutti uguali, levigati, politicamente corretti fino alla nausea e spaventati dalla nostra stessa ombra, il burino si erge come un monumento di granito. Lui non ha bisogno del corso di mindfulness per trovare il suo centro; il suo centro è la tavola apparecchiata, è la famiglia riunita, è la consapevolezza che dopo la fatica c’è il riposo e dopo il dolore c’è sempre un bicchiere di vino a consolare lo spirito. Il burino è l’antidoto alla fragilità contemporanea.

Pensateci bene. Mentre noi ci affanniamo a capire se l’avocado è etico o se il nostro outfit rispetta l’armocromia, il burino ha già risolto i problemi del mondo con una scrollata di spalle e un proverbio antico. C’è una saggezza millenaria in quei modi spicci, una filosofia pratica che non si impara sui libri ma si eredita come si ereditano gli occhi chiari o la tendenza alla calvizie. È la filosofia del “pane al pane”, quella che non ammette sottintesi, che odia l’ipocrisia dei giri di parole. Se una cosa non va, te lo dice in faccia, magari condendo il tutto con un’espressione colorita che farebbe impallidire una contessa, ma almeno sai che è vero. Non c’è veleno nel cuore del rustico, c’è solo sangue caldo.

E che dire dell’estetica? Ah, la rivincita del massimalismo sentimentale. Abbiamo vissuto anni di grigio, di beige, di case che sembrano sale operatorie. Il burino no. Il burino ama l’oro, ama il velluto, ama l’eccesso perché l’eccesso è vita. La sua casa è un museo di ricordi, dove la bomboniera del battesimo del 1982 convive pacificamente con il televisore da settanta pollici. Non c’è vergogna nel mostrare ciò che si possiede, perché ciò che si possiede è frutto del sudore della fronte. È una dichiarazione di esistenza: io ci sono, ho faticato, e ora mi godo il mio regno. C’è una poesia struggente in quei salotti “buoni” che vengono aperti solo a Natale, con i divani ancora coperti dal cellophane per non rovinarli; è il rispetto sacro per le cose, un valore che la società dell’usa e getta ha cancellato con un colpo di spugna.

Ma è a tavola, signori miei, che si compie la vera liturgia. Il burino non “si nutre”, il burino mangia. E c’è una differenza abissale. Il pasto non è una funzione biologica da espletare tra una call e l’altra, ingurgitando una barretta proteica che sa di cartone pressato. Il pasto è un rito. È l’abbondanza che sfida la miseria del passato. Le porzioni sono generose perché l’amore si misura in grammi di pasta, e lasciare il piatto vuoto è il più bel complimento che si possa fare a chi ha cucinato. C’è una sensualità primitiva nel vedere qualcuno che gode del cibo senza sensi di colpa, che fa la scarpetta con devozione, che si versa il vino senza aspettare il sommelier. È la vittoria della materia sullo spirito, o forse è la dimostrazione che spirito e materia sono la stessa cosa quando il cibo è buono.

La lingua, poi. Il dialetto. Per decenni ci hanno detto che era segno di ignoranza, che bisognava parlare un italiano asettico, televisivo. E invece, riascoltate quelle vocali aperte, quelle consonanti raddoppiate, quelle metafore agricole che spiegano la complessità dell’animo umano meglio di un trattato di psicologia. Il dialetto è la lingua degli affetti, la lingua della rabbia vera, la lingua della terra. Quando il burino parla, non comunica solo informazioni; trasmette un mondo. Usa parole che hanno il peso delle pietre e la leggerezza del vento tra le spighe. Recuperare quel modo di parlare non è un passo indietro, è un recupero di sovranità culturale. È dire: io vengo da qui, queste sono le mie radici, e non permetterò a nessuno di tagliarle.

Certo, qualcuno potrebbe obiettare che i tempi sono cambiati, che il progresso non si può fermare, che non possiamo tornare all’aratro. E chi dice il contrario? Nessuno vuole rinunciare all’acqua corrente o all’antibiotico. Ma c’è modo e modo di vivere il progresso. Si può vivere nel futuro mantenendo il cuore nel passato. Si può usare lo smartphone per videochiamare il nipote lontano, ma continuare a insegnargli come si riconoscono i funghi buoni da quelli matti. Il “nuovo burino” è un ibrido meraviglioso; è colui che sa stare al mondo ma non si fa mangiare dal mondo. È colui che guarda le nevrosi urbane con un sorriso sornione, perché sa che alla fine, quando tutto crolla, ciò che resta è la terra sotto i piedi.

C’è anche un aspetto, se vogliamo, politico in tutto questo. Essere burini oggi è l’atto più rivoluzionario che si possa compiere. È un rifiuto netto dell’omologazione. È la scelta di essere provinciali nel senso più nobile del termine. La provincia non come luogo di esclusione, ma come custode di identità. Mentre le metropoli diventano tutte uguali, con gli stessi negozi, le stesse catene di caffè, le stesse facce stanche, la provincia resiste. E il burino è il suo cavaliere. Un cavaliere senza armatura scintillante, magari con la canottiera sotto la camicia anche a Ferragosto, ma con un codice d’onore ferreo. La parola data vale più di un contratto firmato davanti al notaio. L’amicizia è sacra e si dimostra coi fatti, non con i like. Il vicinato è una rete di protezione sociale che nessuno stato potrà mai replicare.

E allora, facciamoci un esame di coscienza. Guardiamoci allo specchio e chiediamoci se questa rincorsa all’apparire ci ha resi più felici. Chiediamoci se la nostra insalata di quinoa ci dà la stessa soddisfazione di una teglia di lasagne della domenica. Forse scopriremo che abbiamo un disperato bisogno di un po’ di “burinaggine”. Abbiamo bisogno di ridere più forte, di abbracciare più stretto, di preoccuparci meno di cosa pensano gli altri e più di cosa sentiamo noi. Abbiamo bisogno di tornare a sporcarci le mani.

L’elogio del burino è, in fin dei conti, un elogio alla vita imperfetta, rumorosa, disordinata ma autentica. È un invito a scendere dal piedistallo di cartapesta che ci siamo costruiti e a rimettere i piedi nell’erba. Perché le mode passano, veloci come nuvole in un giorno di marzo, ma la sostanza, quella vera, resta. E quando tra cinquant’anni guarderemo indietro, non ci ricorderemo delle nostre pose studiate o dei nostri filtri su Instagram. Ci ricorderemo di quelle tavolate infinite, delle risate che ci facevano mancare il fiato, della genuinità di chi non ha mai avuto paura di essere se stesso.

Quindi, la prossima volta che incrociate qualcuno che parla a voce alta, che gesticola con passione, che indossa colori improbabili con fierezza, non giudicatelo. Sorridetegli. Anzi, imparate da lui. Perché in quel momento, davanti ai vostri occhi, c’è l’ultimo baluardo di un mondo che stiamo perdendo e che, sotto sotto, ci manca da morire. Lunga vita al burino, poeta inconsapevole della realtà, custode del fuoco sacro della tradizione, eroe necessario di questi tempi sbiaditi. Che la sua risata possa seppellire la nostra tristezza digitale.

Hashtag: #Tradizione #Autenticità #VitaVera #Radici

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Di Roberto Lambertini

Roberto Lambertini è nato a Bologna il 4 settembre 1961. Fin da giovane è stato appassionato di lettura, libri e informazione.

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