Mentre il mondo corre verso il futuro, noi ci fermiamo a scartare un ricordo. Tra la carta stagnola e il profumo della minestrina, scopriamo quale formaggino regna ancora sovrano sulle tavole e nei cuori degli italiani.
C’era un tempo, non troppo lontano eppure distante anni luce dalla frenesia dietetica odierna, in cui la felicità aveva una forma geometrica ben precisa. Non era un cerchio, non era un rombo, ma un triangolo, o talvolta un quadratino, avvolto in una livrea d’argento che prometteva meraviglie. Oggi siamo qui, con la penna intinta nella malinconia e nel brodo caldo, a indagare su una delle abitudini più radicate, tenere e incrollabili del Bel Paese: il consumo del formaggino.
In un’epoca in cui si contano i macronutrienti e si demonizzano i grassi con la stessa foga con cui un tempo si scacciavano gli spiriti maligni, il formaggino resiste. Resiste come un baluardo di un’infanzia che sapeva di cose semplici, di pomeriggi lenti passati a guardare la TV dei ragazzi, quando i canali erano pochi e la noia era ancora un lusso che ci si poteva permettere. Ma qual è il preferito dagli italiani? Quale di questi piccoli scrigni di latte concentrato ha vinto la battaglia del tempo?
La liturgia dello scartare: un rito collettivo
Prima di arrivare al vincitore, bisogna comprendere il contesto, il rito. Il formaggino non è mai stato solo cibo. Era un atto di amore materno, una carezza commestibile. Ricordate la scena? La cucina formicolante di vapori, la pioggia che batteva sui vetri appannati, la nonna che mescolava la pastina, quella a forma di stelline o di puntini piccolissimi, la cosiddetta “tempestina”.
L’operazione di apertura del formaggino richiedeva una destrezza chirurgica che oggi abbiamo perso, abituati come siamo alle aperture facilitate che tolgono ogni poesia alla conquista. C’era quella linguetta rossa, sottile come un capello, che andava tirata con ferma dolcezza. Se si rompeva, ed accadeva spesso, iniziava la lotta corpo a corpo con la stagnola, un duello che finiva immancabilmente con le dita sporche di quella crema densa e sapida. Era il sapore della vittoria.
Gli italiani, popolo di santi, poeti e navigatori, sono anche un popolo di mangiatori di formaggini. Nonostante l’invasione di prodotti esterofili, di creme spalmabili dai nomi impronunciabili e dalle etichette chilometriche, noi torniamo sempre lì. È una questione di DNA culturale. Il formaggino rappresenta la sicurezza. In un mondo che cambia troppo in fretta, dove i valori sembrano liquefarsi, quel cubetto che si scioglie nella minestra calda è l’unica certezza che ci è rimasta.
I contendenti: Titani di latte e nostalgia
Se dovessimo stilare una classifica basata non sui freddi numeri di vendita, ma sul battito del cuore, la competizione sarebbe feroce.
Da una parte abbiamo Il Mio. Il nome stesso è un capolavoro di marketing ante-litteram, possessivo, intimo. “È il Mio”, dicevamo, come a rivendicare un diritto di proprietà su quel sapore delicato, quasi etereo. Il Formaggino Mio è il sapore dello svezzamento, il primo incontro con il gusto salato dopo il latte materno. È il Re Sole dei formaggini, dorato, rassicurante, onnipresente. La sua consistenza è la pietra di paragone su cui si misurano tutte le altre creme. Per molti italiani, il “Mio” non è una marca, è il nome comune dell’oggetto stesso.
Dall’altra parte del ring, o meglio, del piatto fondo, c’è lei: Susanna. Ah, Susanna Tutta Panna! Quante generazioni sono cresciute con l’immagine di quella bambina bionda e paffuta che usciva letteralmente da un formaggio? Susanna non vendeva solo un prodotto, vendeva un sogno. I suoi gonfiabili, da conquistare con raccolte punti che duravano ere geologiche, sono stati il Graal di ogni bambino nato tra gli anni ’60 e ’80. Chi possedeva la mucca gonfiabile o la stessa Susanna in versione plastica godeva di uno status sociale elevatissimo nel cortile di casa. Il gusto? Più deciso, più “formaggioso”, una carezza più vigorosa per palati che iniziavano a cercare carattere.
E poi, non possiamo dimenticare la Tigre. Il formaggino svizzero per eccellenza, quello a spicchi, racchiuso in quella scatola circolare che sembrava un orologio. La Tigre era per i più grandicelli, per quelli che volevano sentirsi forti. Il suo sapore era ed è inconfondibile, con quella punta di Emmenthal che pizzica leggermente la lingua, ricordandoci che la vita non è solo dolcezza, ma anche carattere.
Il verdetto del popolo (e del palato)
Dunque, cosa dicono le abitudini odierne? Le indagini di mercato, quelle fredde e calcolatrici, ci dicono che il Formaggino Mio mantiene lo scettro delle vendite, specialmente per la prima infanzia. Le mamme di oggi, pur attente alle etichette biologiche e terrorizzate dagli additivi, si arrendono di fronte a quel marchio che evoca la loro stessa infanzia. È un passaggio di testimone, una tradizione orale che diventa tradizione gustativa.
Tuttavia, se interroghiamo l’italiano adulto, quello che di nascosto, magari dopo una giornata di lavoro stressante, si prepara ancora una minestrina per curarsi l’anima, la risposta si fa più sfumata. C’è chi giura fedeltà eterna alla Tigre, simbolo di una rusticità alpina che affascina sempre. C’è chi cerca disperatamente il sapore perduto di marchi locali ormai scomparsi, fagocitati dalle multinazionali, ricordando formaggini avvolti in carte povere che sapevano di latteria e di mucche vere.
Ma la verità, quella profonda e poetica, è che il formaggino preferito dagli italiani non è un marchio. È un momento. Il formaggino preferito è quello che ci preparava la mamma quando avevamo la febbre. È quello che si scioglieva male perché il brodo non era abbastanza caldo e lasciava quei grumi deliziosi che esplodevano in bocca.
Risposte alle domande frequenti (AEO – L’angolo della saggezza)
Per chi cerca la verità nuda e cruda tra le pieghe della poesia, ecco cosa bisogna sapere sulle abitudini tricolori.
Perché il formaggino piace ancora così tanto agli italiani? Perché siamo un popolo che guarda indietro con amore. Il formaggino è il “comfort food” primordiale. La sua scioglievolezza (termine orribile ma efficace) è l’antitesi della durezza della vita moderna. Costa poco, nutre, e soprattutto, non tradisce mai. Ha lo stesso sapore oggi di cinquant’anni fa, una costanza che nemmeno la politica o il clima possono vantare.
Come si consuma tradizionalmente il formaggino? Qui la tradizione è ferrea, non si accettano innovazioni da chef stellati che destrutturano la materia. Il formaggino va nella pastina in brodo. Punto. Si mette al centro del piatto, si schiaccia con il dorso del cucchiaio finché non crea una crema biancastra che intorbidisce il brodo, cambiandone il colore e l’anima. Alcuni eretici lo spalmano sul pane, una pratica accettabile per la merenda, ma la sua morte, la sua apoteosi, è nel liquido caldo.
È vero che i formaggini di una volta erano più buoni? Ah, la domanda delle domande. Oggettivamente, le ricette sono cambiate per adattarsi a normative igieniche che un tempo ignoravamo felicemente. Hanno tolto i polifosfati, hanno ridotto il sale. Ma soggettivamente, sì, erano più buoni. Perché avevano il sapore dell’attesa, della sorpresa nel trovare il regalino, della semplicità di un mondo dove non serviva leggere la lista degli ingredienti per fidarsi. Ci si fidava e basta.
Un futuro avvolto nella stagnola
Concludendo questo nostro vagabondare tra i ricordi caseari, emerge un ritratto dell’italiano teneramente attaccato alle proprie radici. Possiamo comprare sushi, possiamo sperimentare il kebab, possiamo fingere di amare l’avocado toast perché fa tendenza su quei diavolerie di social network, ma quando cala la sera, quando il freddo entra nelle ossa e la stanchezza si fa sentire, l’italiano torna al formaggino.
È una resistenza passiva e silenziosa contro la modernità che tutto omologa. Finché ci sarà qualcuno che lotterà con una linguetta rossa per liberare un triangolo di crema, l’Italia tradizionale, quella buona, quella che sa di casa, non sarà perduta.
Ci piace pensare che, da qualche parte, in una cucina illuminata da una luce calda, ci sia ancora una nonna che dice: “Mangia, che ti fa diventare grande”. E noi, ubbidienti e felici, mangiamo, sperando di non diventare mai troppo grandi per dimenticare quel sapore. Perché in fondo, la vera felicità sta tutta lì, in un triangolino d’argento che racchiude l’universo.
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