Screenshot


Hashtag: #MonopattiniElettrici #SicurezzaStradale #MobilitàUrbana #CascoSempre

Estratto:
Un nuovo studio svedese mette il dito nella presa elettrica della micromobilità urbana: nei decessi con monopattino elettrico, l’alcol pesa moltissimo, il casco è assente e il rischio esplode soprattutto di sera, di notte e nei fine settimana.

Quando il monopattino smette di essere un gioco

Il monopattino elettrico è nato con l’aria simpatica del mezzo leggero, urbano, quasi innocente. Lo prendi, sali, premi, vai. Pochi chilometri, poca fatica, zero parcheggio. Una promessa moderna: attraversare la città come un pensiero veloce.

Poi arrivano i numeri, e i numeri, quando sono ben raccolti, hanno il brutto vizio di togliere il trucco alle mode.

Un nuovo studio condotto dalla Chalmers University of Technology e dall’Amministrazione svedese dei trasporti ha analizzato gli incidenti mortali avvenuti in Svezia tra il 2016 e il 2024, coinvolgendo monopattini elettrici, biciclette elettriche e biciclette tradizionali. Il dato che colpisce è secco: nel 44% degli incidenti mortali con monopattino elettrico, il conducente era sotto l’effetto dell’alcol. Parliamo di 8 casi su 18. Non proprio una coincidenza statistica, piuttosto un campanello d’allarme grande come una campana di paese.

Alcol, notte e assenza del casco: la triade pericolosa

Secondo lo studio, gli incidenti mortali con monopattino elettrico si verificano soprattutto nei fine settimana, di sera o di notte. Spesso non coinvolgono altri veicoli, ma sono cadute o schianti autonomi. Il conducente perde il controllo, incontra un ostacolo, una buca, un cordolo, un sasso. Il resto lo fa la fisica, che non ha mai avuto senso dell’umorismo.

La ricerca segnala un altro dato pesantissimo: nessuno dei conducenti morti in monopattino indossava il casco. Nei decessi analizzati, le lesioni alla testa risultano tra le cause più comuni di morte anche per bici ed e-bike. Ma nel caso del monopattino elettrico il quadro è particolarmente netto, alcol elevato, notte, caduta singola, casco assente.

E qui bisogna dirlo senza moralismi da predica domenicale: il casco non rende invincibili, ma può cambiare l’esito di una caduta. Tra “mi sono fatto male” e “non sono più tornato a casa” spesso ci sono pochi centimetri, quelli tra il cranio e l’asfalto.

Il dettaglio che inquieta: non erano solo “due bicchieri”

I ricercatori non parlano di una birretta distratta dopo l’aperitivo. Nei conducenti di monopattino risultati positivi all’alcol, il valore mediano di alcol nel sangue era di 1,8 per mille. Per fare un paragone, in Svezia il limite legale per guidare un’auto è 0,2 per mille, mentre 1,0 per mille è già considerato guida in stato di ebbrezza aggravata.

Tradotto in lingua da marciapiede: non è il “sono lucido, figurati”, è il classico momento in cui il cervello manda un messaggio, ma il corpo risponde con tre secondi di ritardo.

Marco Dozza, professore di sicurezza attiva e comportamento degli utenti della strada a Chalmers, sottolinea proprio questo punto: molte persone sottovalutano il pericolo perché il monopattino “non va così veloce”. Ma basta poco, un buco, una pietra, una manovra sbagliata, e l’alcol rallenta percezione, equilibrio e reazioni. Il monopattino non è un tir, certo. Ma nemmeno il cranio è un paraurti.

Monopattini privati: il buco nero delle regole

Un altro elemento interessante dello studio riguarda il tipo di mezzo. La maggior parte degli incidenti mortali, soprattutto quelli legati all’alcol, riguarda monopattini elettrici privati, non quelli a noleggio. In particolare, quasi nove decessi alcol-correlati su dieci sono avvenuti con mezzi di proprietà privata.

Questo è un passaggio cruciale. Negli ultimi anni il dibattito pubblico si è concentrato molto sui monopattini sharing, quelli abbandonati sui marciapiedi come cavallette con batteria al litio. Le società di noleggio possono introdurre limiti di velocità, blocchi notturni, sistemi di controllo, zone vietate. Ma il monopattino privato sfugge molto più facilmente a queste reti.

È lì che la libertà individuale incontra il suo vecchio compagno di viaggio, la responsabilità. Perché la libertà senza responsabilità non è libertà, è improvvisazione con le ruote piccole.

Bici, e-bike e monopattini: tre profili diversi

Lo studio svedese non si limita ai monopattini. In totale sono stati analizzati 204 decessi: 18 con monopattini elettrici, 34 con e-bike e 150 con biciclette tradizionali. I profili sono molto diversi.

Nel caso delle biciclette tradizionali, l’età mediana delle vittime era di 71 anni e gli incidenti avvenivano spesso nei giorni feriali, con collisioni che coinvolgevano veicoli a motore. Anche per le e-bike l’età mediana era alta, 71,5 anni. Nei monopattini elettrici, invece, l’età mediana delle vittime era 47,5 anni, con incidenti più frequenti nei weekend, di sera e di notte, spesso senza coinvolgimento di altri utenti della strada.

Questo significa una cosa semplice: non esiste “la” sicurezza della micromobilità. Esistono mezzi diversi, utenti diversi, rischi diversi. La bicicletta dell’anziano nel traffico mattutino non è il monopattino dell’adulto che rientra a casa dopo una serata. Stessa città, stesso asfalto, ma romanzi completamente diversi.

Cosa ci dice questa ricerca sull’Italia

Anche l’Italia sta cercando di mettere ordine nel far west gentile della micromobilità elettrica. ACI ricorda che, dal 16 maggio 2026, per i monopattini elettrici sono previsti casco obbligatorio e contrassegno identificativo, mentre dal 16 luglio 2026 scatterà anche l’obbligo di copertura assicurativa per la responsabilità civile.

Il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ha confermato la scadenza del 16 maggio 2026 per il contrassegno e il rinvio al 16 luglio 2026 per l’obbligo assicurativo.

Sono misure utili, ma non bastano da sole. Perché il dato svedese dice qualcosa di più profondo: il problema non è solo “mettere una targa” al mezzo, ma cambiare la percezione del rischio. Finché il monopattino verrà trattato come un giocattolo adulto, una specie di skateboard con laurea in ingegneria, continueremo a sottovalutarne la pericolosità.

La regola non scritta: se hai bevuto, non salire

Il punto centrale è quasi imbarazzante per quanto è semplice: se hai bevuto, non salire sul monopattino.

Non “vado piano”.
Non “sono solo tre vie”.
Non “tanto non c’è nessuno”.
Non “lo faccio sempre”.

Il cervello sotto alcol non è un buon perito assicurativo. Ti racconta che hai tutto sotto controllo proprio mentre il controllo se ne sta andando a prendere un taxi.

La scelta più intelligente resta quella antica, quasi da nonni, e per questo preziosa: camminare, farsi accompagnare, usare un taxi, prendere un mezzo pubblico, aspettare. La modernità ha inventato mille modi per spostarsi, ma non ha ancora inventato un cranio di ricambio.

Tecnologia sì, ma cultura prima

Chalmers segnala anche la possibilità di usare sensori e sistemi intelligenti per riconoscere in tempo reale una guida alterata, specialmente nei monopattini a noleggio. Se il mezzo capisce che il conducente non è in controllo, potrebbe rallentare, avvisare, limitare o bloccare l’uso. È una strada interessante, perché la tecnologia, quando non si atteggia a salvatore del mondo, può fare cose molto utili.

Ma la tecnologia non può sostituire la cultura. Può mettere un freno, non può costruire prudenza al posto nostro.

Servono campagne chiare, controlli mirati nelle ore serali, educazione stradale, regole comprensibili, incentivi all’uso del casco e una comunicazione meno ingenua. Il monopattino elettrico non va demonizzato. È un mezzo pratico, ecologico, agile, adatto a molti spostamenti urbani. Ma proprio perché è utile, va preso sul serio.

La città leggera ha bisogno di teste pesanti

La micromobilità promette città più leggere, meno trafficate, meno rumorose. È una promessa bella, quasi poetica: muoversi senza rombare, attraversare le strade con meno ferro e più misura. Però questa leggerezza non deve diventare superficialità.

Il casco pesa poco.
Una decisione sobria pesa di più.
Una vita pesa tutto.

La lezione svedese non riguarda solo la Svezia. Riguarda ogni città dove un monopattino aspetta fuori da un bar, ogni sera in cui l’asfalto sembra vicino e innocuo, ogni rientro in cui la frase “tanto arrivo subito” diventa l’ultima battuta di una storia che nessuno voleva raccontare.

In sintesi

Uno studio pubblicato sul Journal of Safety Research e condotto da Chalmers University of Technology e dall’Amministrazione svedese dei trasporti mostra che il 44% degli incidenti mortali con monopattini elettrici in Svezia coinvolge conducenti sotto effetto dell’alcol. Gli incidenti avvengono soprattutto di sera, di notte e nei weekend, spesso con mezzi privati e senza casco.

Il messaggio è semplice: il monopattino elettrico non è un giocattolo. È un veicolo leggero, vulnerabile, veloce quanto basta per farsi molto male. Casco sempre, niente alcol, più cultura della sicurezza. Perché la vera mobilità moderna non è arrivare prima, è arrivare interi.

...

Scopri di più da Lambertini, esperienza vissuta, salute, scrittura e visioni sul presente

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Di Roberto Lambertini

Roberto Lambertini è nato a Bologna il 4 settembre 1961. Fin da giovane è stato appassionato di lettura, libri e informazione.

Rispondi

Sleep solutions solution sommeil. Určení podílu ‌v katastru nemovitostí je jako rozdělování jablka mezi více lidí –⁤ nikdo nechce skončit s jádry a ‌oskrabáním.