Dati sanitari, dispositivi indossabili e modelli predittivi stanno trasformando la prevenzione in un percorso continuo. Bologna guida una sperimentazione nazionale ambiziosa, ma il vero banco di prova sarà conquistare la fiducia dei cittadini.

Estratto: La medicina tradizionale interviene spesso quando il problema è già comparso. Il progetto DARE, coordinato dall’Università di Bologna, prova a rovesciare il copione: utilizzare dati, intelligenza artificiale e strumenti digitali per riconoscere prima i rischi, personalizzare la prevenzione e aiutare il Servizio sanitario a non arrivare sempre con l’acqua alla gola.

Dalla sala d’attesa alla previsione del rischio

Per generazioni abbiamo considerato normale rivolgerci alla sanità quando qualcosa cominciava a fare male, quando un valore risultava alterato o quando il corpo, dopo aver bussato educatamente, decideva di prendere a calci la porta.

La sanità del futuro prova invece a muoversi prima. Non vuole limitarsi a curare la malattia conclamata, ma cerca di riconoscere le traiettorie che potrebbero condurre verso di essa.

È questa la filosofia di DARE, Digital Lifelong Prevention, una grande iniziativa nazionale proposta e coordinata dall’Alma Mater Studiorum, Università di Bologna. Il progetto, finanziato dal Ministero dell’Università e della Ricerca nell’ambito del Piano nazionale complementare al PNRR, dispone di 124 milioni di euro e si concluderà formalmente il 15 dicembre 2026. Il suo obiettivo dichiarato è aiutare il Servizio sanitario a passare da un sistema concentrato soprattutto su diagnosi e terapia a un modello nel quale prevenzione e comunità abbiano un ruolo centrale.

Non si tratta, dunque, del solito robottino che sostituisce il medico e dispensa diagnosi tra una pubblicità e l’altra. L’idea è più concreta e, per certi versi, più radicale: mettere insieme informazioni sanitarie, comportamentali e ambientali per stimare i rischi, individuare segnali precoci e proporre interventi mirati.

Che cosa sta sperimentando Bologna

Bologna rappresenta il centro di coordinamento scientifico e tecnologico di un ecosistema che coinvolge università, aziende sanitarie, istituti di ricerca e imprese in diverse regioni italiane.

Secondo la Fondazione DARE, all’inizio del 2026 risultavano attive più di 80 sperimentazioni, con oltre 2,5 milioni di cittadini coinvolti e circa 450 ricercatori e tecnologi impegnati nello sviluppo di algoritmi predittivi, piattaforme digitali e strumenti per la prevenzione. Si tratta quindi di un programma nazionale guidato da Bologna, non di una singola applicazione già consegnata a tutti i bolognesi. La distinzione è importante, perché tra un prototipo promettente e un servizio sanitario quotidiano può esserci di mezzo un’intera pianura padana.

Nel progetto sono coinvolte importanti realtà del territorio, tra cui il Policlinico Sant’Orsola, l’Istituto Ortopedico Rizzoli e l’AUSL di Bologna con l’IRCCS Istituto delle Scienze Neurologiche. L’Università di Bologna guida inoltre l’area dedicata alle tecnologie abilitanti, alla sicurezza dei dati e agli aspetti giuridici ed etici.

Il contributo bolognese comprende infrastrutture di calcolo ad alte prestazioni, laboratori per lo studio della fragilità, dispositivi indossabili e la piattaforma Salus Ratio, pensata per consentire l’analisi protetta di dati sensibili.

Come funziona la prevenzione guidata dall’intelligenza artificiale

Un sistema di prevenzione digitale può analizzare molti elementi contemporaneamente: esami di laboratorio, diagnosi precedenti, farmaci, accessi ospedalieri, attività fisica, sonno, parametri raccolti da sensori, condizioni ambientali e, nei progetti che lo prevedono, informazioni genetiche.

L’intelligenza artificiale cerca all’interno di questi dati combinazioni e cambiamenti che potrebbero sfuggire a una lettura frammentata. Non predice il futuro come una sfera di cristallo in camice bianco. Calcola probabilità, identifica associazioni e segnala situazioni meritevoli di attenzione.

Il progetto DARE distingue tre grandi livelli. Il primo costruisce le infrastrutture tecnologiche e le regole necessarie. Il secondo riguarda la prevenzione primaria, quindi le persone ancora sane. Il terzo si concentra sulla prevenzione secondaria e terziaria, rivolta a chi presenta un rischio elevato o convive già con una malattia. In quest’ultimo ambito vengono utilizzati anche intelligenza artificiale e biomarcatori digitali per seguire l’evoluzione della salute.

Le applicazioni allo studio comprendono la predizione del rischio clinico, l’integrazione di dati sanitari e ambientali, il monitoraggio attraverso sensori indossabili, lo screening digitale, la diagnostica molecolare e il supporto personalizzato ai comportamenti di salute.

Un esempio concreto dal Sant’Orsola

Tra le tecnologie presentate nel 2026 figura un sistema sviluppato dall’Università di Bologna che permette di interrogare, attraverso il linguaggio naturale, dati clinici e modelli predittivi complessi.

Come caso di studio sono stati utilizzati i dati degli accessi al Pronto soccorso del Policlinico Sant’Orsola durante le epidemie influenzali. Uno strumento del genere potrebbe aiutare professionisti e organizzazioni sanitarie a interpretare più rapidamente l’andamento dei ricoveri, anticipare i periodi di maggiore pressione e distribuire meglio risorse e personale.

Qui la prevenzione non riguarda soltanto il singolo paziente. Significa anche prevedere quando un ospedale rischia di essere travolto dagli accessi, quando una popolazione è maggiormente esposta o quando un servizio deve essere rafforzato.

Quali vantaggi può portare ai cittadini

Il primo beneficio potenziale è la diagnosi precoce. Riconoscere un rischio prima della comparsa dei sintomi può permettere controlli più tempestivi e interventi meno invasivi.

Il secondo è la personalizzazione. Due persone della stessa età possono avere rischi molto diversi a causa della storia clinica, delle condizioni sociali, dell’ambiente, dell’alimentazione e del movimento quotidiano. La prevenzione digitale prova a superare il consiglio universale, spesso corretto ma un po’ generico, del “mangi bene e faccia attività fisica”.

Il terzo vantaggio riguarda la sostenibilità. Prevenire complicanze, ricoveri e perdita di autonomia potrebbe ridurre una parte della pressione su ospedali e servizi territoriali. “Potrebbe” è il verbo giusto: per dimostrare un beneficio reale non bastano algoritmi accurati, servono studi sul campo, risultati clinici, valutazioni economiche e anni di osservazione.

Il rischio di una sanità che sorveglia invece di prevenire

Una medicina fondata sui dati porta con sé una domanda inevitabile: chi controlla tutte queste informazioni?

I dati sanitari sono tra i più delicati che una persona possa generare. Rivelano patologie, fragilità, abitudini e possibili rischi futuri. Un sistema mal progettato potrebbe produrre discriminazioni, falsi allarmi o valutazioni distorte nei confronti dei gruppi meno rappresentati nei dati utilizzati per addestrare gli algoritmi.

L’Organizzazione mondiale della sanità raccomanda che l’intelligenza artificiale applicata alla salute protegga autonomia, sicurezza, trasparenza, inclusione e responsabilità. Nel giugno 2026 l’OMS ha ribadito un principio essenziale: l’IA deve rafforzare il giudizio umano, non automatizzarlo completamente.

Anche l’Unione europea considera ad alto rischio alcuni sistemi di intelligenza artificiale capaci di incidere sulla salute, sulla sicurezza o sui diritti fondamentali. La promessa tecnologica, quindi, non esonera dalla validazione clinica, dalla sorveglianza e dalla possibilità di comprendere come vengono prodotte le decisioni.

I cittadini dovranno poter capire e scegliere

La prevenzione digitale funzionerà soltanto se non diventerà una materia riservata a ingegneri, giuristi e dirigenti sanitari.

Il cittadino deve sapere quali dati vengono utilizzati, per quale finalità, da chi e per quanto tempo. Deve inoltre poter distinguere tra una raccomandazione medica, una previsione statistica e una semplice indicazione generata da un’applicazione.

Il Regolamento europeo sullo Spazio europeo dei dati sanitari, entrato in vigore il 26 marzo 2025, introduce un quadro per l’uso e il riutilizzo sicuro delle informazioni sanitarie. La sua applicazione sarà graduale e le principali disposizioni cominceranno a produrre effetti dal 2029. Il sistema prevede ambienti sicuri di elaborazione, autorizzazioni, minimizzazione dei dati, trasparenza e possibilità di opposizione in diversi contesti di utilizzo secondario.

La fiducia, insomma, non può essere aggiunta alla fine come il prezzemolo. Deve essere progettata insieme alla tecnologia.

L’intelligenza artificiale sostituirà il medico?

No. Almeno non dovrebbe.

Un algoritmo può ordinare migliaia di informazioni, segnalare anomalie e stimare un rischio. Non conosce però fino in fondo la storia personale, le paure, le condizioni familiari e le possibilità concrete di chi ha davanti.

Dire a una persona che dovrebbe camminare ogni giorno è facile. Capire che vive al quarto piano senza ascensore, assiste un familiare e non dispone di un quartiere sicuro in cui muoversi richiede ascolto, contesto e responsabilità umana.

La buona sanità del futuro non sarà quella nella quale la macchina pronuncia l’ultima parola. Sarà quella in cui medici, infermieri e cittadini potranno usare strumenti migliori senza diventare servitori dell’algoritmo.

Bologna può trasformare la sperimentazione in un servizio reale?

La città dispone di un intreccio raro di università, ospedali, istituti di ricerca, competenze informatiche e infrastrutture di supercalcolo. Questo la rende un laboratorio naturale per una medicina capace di osservare la salute nel tempo, anziché fotografare soltanto la malattia.

La sfida comincerà davvero dopo la sperimentazione. Occorrerà capire quali strumenti migliorano concretamente la salute, quali possono essere integrati nel Servizio sanitario pubblico e quali, invece, rimangono eleganti dimostrazioni tecnologiche.

Perché un algoritmo che individua perfettamente un rischio, ma non viene seguito da una visita, da un servizio territoriale o da un intervento accessibile, è poco più di un messaggero molto sofisticato che annuncia l’arrivo della pioggia senza offrire neppure un ombrello.

Domande frequenti

Che cos’è il progetto DARE?

DARE, Digital Lifelong Prevention, è un programma nazionale coordinato dall’Università di Bologna che sviluppa e sperimenta tecnologie digitali per la prevenzione lungo tutto l’arco della vita.

L’intelligenza artificiale può prevedere una malattia?

Può stimare il rischio sulla base dei dati disponibili. Non può stabilire con assoluta certezza che una persona svilupperà una determinata patologia.

I cittadini bolognesi stanno già usando questi sistemi?

Il progetto comprende sperimentazioni e casi di studio nazionali, con la partecipazione di istituzioni bolognesi. Non significa che tutti gli strumenti siano già disponibili nei normali percorsi assistenziali.

Chi prende la decisione finale?

La responsabilità clinica deve restare ai professionisti sanitari. L’intelligenza artificiale dovrebbe essere utilizzata come supporto, non come sostituto automatico del giudizio umano.

In sintesi

Bologna guida una delle più ampie iniziative italiane dedicate alla prevenzione digitale. Il progetto DARE utilizza intelligenza artificiale, big data, dispositivi indossabili e infrastrutture sicure per individuare rischi, seguire le traiettorie di salute e rendere gli interventi più precoci e personalizzati.

La prospettiva è affascinante: una sanità che non aspetta il ricovero per accorgersi che qualcosa non va. Il successo, però, non sarà misurato dal numero degli algoritmi sviluppati, ma dalle malattie evitate, dalle disuguaglianze ridotte e dalla fiducia conquistata.

La tecnologia può indicare la strada. A decidere quale sanità costruire dovranno restare le persone.

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Di Roberto Lambertini

Roberto Lambertini è nato a Bologna il 4 settembre 1961. Fin da giovane è stato appassionato di lettura, libri e informazione.

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