Hashtag: #Sartre #Esistenzialismo #Filosofia #Libertà
Estratto:
Nel 1945, in una Parigi ferita dalla guerra, Jean-Paul Sartre salì su un palco senza appunti e disse una cosa semplice, tremenda, quasi indigesta: non nasciamo già fatti, dobbiamo costruirci. La libertà, per lui, non era una coccarda da appuntare al petto, ma un peso da portare sulle spalle.
Una sera a Parigi, quando la filosofia fece sudare la folla
Il 29 ottobre 1945 Jean-Paul Sartre tenne al Club Maintenant di Parigi la conferenza destinata a diventare celebre con il titolo L’esistenzialismo è un umanismo. Skye C. Cleary, in un recente saggio pubblicato su Aeon, la rilegge come una delle porte d’ingresso più immediate alle domande che ancora ci tormentano, chi siamo, quanto siamo liberi, che cosa dobbiamo fare quando nessuno ci consegna una morale già pronta.
La scena sembra uscita da un film in bianco e nero, ma con l’aria pesante di una sala troppo piena e il dopoguerra ancora appiccicato ai muri. La folla fu tale che la sala divenne rovente, quindici persone svennero, Sartre arrivò sul palco con un’ora di ritardo e senza appunti. Dopo l’evento, gli organizzatori dovettero fare i conti con i danni, compresi trenta sedie rotte e perfino la biglietteria distrutta. Sartre, leggendo i giornali del giorno dopo, rinunciò al compenso promesso, commentando in sostanza che, almeno, era stato un successo.
Altro che webinar motivazionale con slide color pastello. Qui la filosofia entrava nella stanza come una corrente d’aria fredda, facendo saltare le sedie. Letteralmente.
Il dopoguerra e il bisogno di ricostruire anche la morale
Per capire quella conferenza bisogna ricordare il momento storico. La guerra era appena finita. L’Europa aveva visto campi di sterminio, collaborazionismi, tradimenti, paure, vigliaccherie e coraggi estremi. Non si trattava più soltanto di ricostruire ponti, case, strade. Bisognava ricostruire anche le fondamenta morali.
Cleary ricorda che, secondo Simone de Beauvoir, gli uomini e le donne di quel tempo avevano scoperto la Storia nella sua forma più terribile. In quella Parigi liberata, il pubblico cercava qualcosa che non fosse né consolazione religiosa automatica né ideologia pronta all’uso. Cercava una risposta alla domanda più difficile, che cosa resta quando crollano le scuse?
Sartre offrì una risposta spietata e luminosa insieme, resta la scelta.
“L’esistenza precede l’essenza”, la frase che non lascia scampo
Il cuore della conferenza è noto, ma spesso viene ripetuto come uno slogan da tazza universitaria, “l’esistenza precede l’essenza”. Detto in modo meno scolastico, significa questo, l’essere umano non nasce con un copione già scritto. Non è come un tagliacarte, progettato prima di esistere per svolgere una funzione precisa. L’uomo prima esiste, poi si definisce attraverso ciò che fa. Sartre afferma che l’uomo non è altro che ciò che fa di sé stesso.
È una frase liberante, certo. Ma anche scomoda. Perché se non c’è una natura già data che mi assolve, se non posso dire “sono fatto così” come chi chiude una serranda, allora ogni scelta mi racconta. Ogni gesto mi scolpisce.
Non siamo statue già finite, siamo scalpelli che si agitano dentro il marmo.
La libertà secondo Sartre non è fare ciò che si vuole
Qui sta uno dei grandi equivoci. Sartre non dice, fai quello che ti pare e chiamalo libertà. Non sta autorizzando l’arbitrio, il capriccio, l’egoismo da aperitivo filosofico. Al contrario, dice qualcosa di più duro, sei responsabile di ciò che scegli, perché scegliendo te stesso proponi anche un’immagine dell’umano.
Nel testo della conferenza, Sartre sostiene che quando diciamo che l’uomo è responsabile di sé, non intendiamo soltanto della propria individualità, ma di tutti gli uomini. La soggettività, per lui, non è una cameretta chiusa dall’interno, perché ogni scelta individuale porta con sé un valore che pretende, almeno implicitamente, una validità più ampia.
Questa è la parte che ancora oggi brucia. Ogni volta che clicchiamo, votiamo, consumiamo, giudichiamo, taciamo, perdoniamo, insultiamo, evitiamo, stiamo dicendo qualcosa su che cosa consideriamo accettabile. E il mondo, paziente come un vecchio notaio, registra.
Angoscia, abbandono, disperazione, parole cupe per una filosofia attiva
L’esistenzialismo di Sartre viene spesso percepito come una filosofia triste. In realtà lui lo difendeva come una filosofia dell’azione. L’angoscia non è paralisi, è consapevolezza del peso della scelta. L’abbandono non è solo solitudine, è il riconoscimento che non esiste un manuale celeste che decida al posto nostro. La disperazione, nel lessico sartreano, non è rassegnazione, ma lucidità, contare su ciò che dipende da noi, invece di aspettare che il mondo si allinei gentilmente ai nostri desideri.
Detta così, sembra una medicina amara. E lo è. Ma certe medicine, si sa, non hanno il gusto della crema catalana. Hanno però una virtù, svegliano.
Sartre non invita a piangere sul nulla. Invita a smettere di barare.
La “malafede”, quando fingiamo di non essere liberi
Uno dei concetti più potenti è quello di malafede. Per Sartre siamo in malafede quando fingiamo di non avere scelta, quando ci nascondiamo dietro il ruolo, l’abitudine, la pressione sociale, il “si è sempre fatto così”, frase nobile quando custodisce saggezza, disastrosa quando imbalsama la coscienza.
Cleary ricorda che Sartre distingue figure come il codardo, che dice “non avevo scelta”, e il “bastardo”, nel senso morale del termine, colui che agisce come se le regole non valessero per lui, come se il proprio potere fosse un diritto naturale.
Non serve cercarli nei libri. Li vediamo ogni giorno. Nel piccolo e nel grande. Nel dirigente che “applica soltanto procedure”. Nel cittadino che “non può farci niente”. Nel potente che scambia il privilegio per destino. Nel social, dove tutti sono liberi, purché l’algoritmo approvi.
Il punto debole, se tutto è autentico, tutto è giusto?
Eppure la conferenza ha un problema serio. Cleary lo mette bene in evidenza, Sartre sembra dire che due scelte opposte possono risultare ugualmente autentiche se compiute con piena consapevolezza e impegno. Il rischio è evidente, un egoista autentico e un santo autentico potrebbero superare entrambi il test sartreano.
Qui la libertà rischia di diventare troppo larga, come un cappotto elegante ma senza bottoni. Se basta scegliere sinceramente, che cosa distingue la grandezza morale dalla ferocia ben motivata?
È proprio su questo terreno che Simone de Beauvoir diventa decisiva. Nella sua riflessione etica, soprattutto in Per una morale dell’ambiguità, Beauvoir sviluppa una visione nella quale la mia libertà non può essere pensata contro quella degli altri. La Stanford Encyclopedia of Philosophy ricorda che Beauvoir rielabora il tema della libertà abbandonando la separazione rigida tra libertà interiore ed esteriore, riconoscendo che la libertà può essere alienata e che la situazione concreta conta.
In parole semplici, Sartre accende il fuoco della responsabilità individuale. Beauvoir gli costruisce attorno un focolare morale, ricordandoci che non esiste libertà piena in un mondo dove gli altri sono schiacciati.
Perché Sartre ci riguarda ancora oggi
La domanda sartreana oggi è perfino più urgente. Viviamo in un tempo in cui tutti parlano di libertà, ma spesso la riducono a scelta di consumo, opinione istantanea, identità da esibire, personal branding dell’anima. Sartre, da questo punto di vista, è uno schiaffo salutare.
La libertà non è scegliere tra mille prodotti. È rispondere di ciò che si diventa.
Non è cambiare avatar. È cambiare vita, quando serve.
Non è gridare “nessuno può giudicarmi”. È chiedersi, con una certa tremarella nelle ginocchia, quale umanità sto contribuendo a rendere normale?
Nel 1945 questa domanda nasceva tra macerie visibili. Oggi nasce tra macerie più sottili, distrazione permanente, conformismo digitale, cinismo, delega morale, solitudine mascherata da connessione. Ma il punto resta lo stesso, non possiamo vivere sempre come se qualcun altro dovesse decidere al posto nostro.
Libertà non significa onnipotenza
C’è però una precisazione necessaria. Dire che siamo responsabili non significa ignorare condizioni materiali, malattia, povertà, oppressione, traumi, disuguaglianze. Sarebbe una caricatura crudele della libertà. Beauvoir, meglio di Sartre, ci aiuta a capire che la libertà è sempre situata. Non scegliamo da un cielo neutro, scegliamo dentro un corpo, una storia, una classe sociale, una rete di relazioni, una società più o meno giusta.
La responsabilità, allora, non è una frusta. È una bussola.
Serve a evitare due errori opposti, pensarsi onnipotenti o pensarsi completamente assolti. Il primo errore produce arroganza. Il secondo produce immobilità. In mezzo c’è la vita adulta, quella vera, dove nessuno può fare tutto, ma quasi nessuno può dire di non poter fare nulla.
La lezione più attuale, inventare valori non è inventarsi scuse
Quando Sartre dice che dobbiamo inventare i nostri valori, non intende che ogni valore vale quanto un altro. Intende che non possiamo limitarci a ereditarli come mobili antichi in salotto. La tradizione conta, eccome. Ma anche la tradizione, se è viva, chiede di essere scelta di nuovo, non solo spolverata.
I valori più solidi, dignità, solidarietà, coraggio, lealtà, cura, libertà, non sopravvivono perché li pronunciamo nelle commemorazioni. Sopravvivono se li incarniamo quando costa qualcosa.
E qui Sartre torna a parlarci, con quella voce un po’ ruvida da dopoguerra, non sei ciò che proclami, sei ciò che fai.
In sintesi
La conferenza di Sartre del 1945 resta viva perché ci mette davanti a una verità difficile, non siamo soltanto prodotti del destino, siamo anche autori delle nostre scelte. La libertà non è leggerezza, è peso. Non è assenza di vincoli, è responsabilità dentro i vincoli.
Il limite di Sartre sta nel non chiarire abbastanza che l’autenticità, da sola, non basta a fondare una morale. Anche chi fa il male può essere coerente con sé stesso. Beauvoir corregge la rotta, ricordandoci che la libertà autentica non può fiorire calpestando quella degli altri.
Nel tempo degli algoritmi, delle scuse prefabbricate e delle opinioni a gettone, Sartre ci lascia una domanda antica e modernissima, che cosa stai facendo della tua libertà?
Domanda scomoda, certo. Ma le domande comode, spesso, sono solo cuscini ben vestiti.
Scopri di più da Lambertini, esperienza vissuta, salute, scrittura e visioni sul presente
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.


