Uno studio pubblicato su Nature accende i riflettori su alterazioni del DNA acquisite nel tempo, nelle cellule B, come possibile motore invisibile di Hashimoto, morbo di Graves e forse di altre patologie autoimmuni, incluso il diabete di tipo 1

Abstract:
Una nuova ricerca suggerisce che, dietro le malattie autoimmuni, possa esserci un meccanismo finora rimasto nell’ombra: mutazioni del DNA acquisite nel corso della vita nelle cellule del sistema immunitario. Non un dettaglio secondario, ma forse uno dei pezzi mancanti del puzzle.


Le malattie autoimmuni sono, da sempre, uno dei grandi enigmi della medicina. Il sistema immunitario, nato per difendere, a un certo punto sbaglia bersaglio e attacca il corpo che dovrebbe proteggere. È un paradosso biologico, quasi una rivolta interna, e finora le sue cause profonde sono rimaste in parte nebulose.

Ora, uno studio pubblicato il 14 aprile su Nature da ricercatori del Wellcome Sanger Institute, del Cambridge University Hospitals NHS Foundation Trust, dell’Università di Cambridge e di altri centri partner, propone una pista che potrebbe cambiare il quadro: le malattie autoimmuni potrebbero essere alimentate da mutazioni somatiche nelle cellule immunitarie, cioè alterazioni del DNA non ereditarie, acquisite nel corso della vita.

Che cosa ha scoperto davvero lo studio

Il lavoro si è concentrato sulle malattie autoimmuni della tiroide, in particolare tiroidite di Hashimoto e morbo di Graves, due tra le cause più frequenti di disfunzione tiroidea. I ricercatori hanno analizzato campioni di pazienti utilizzando tecniche di sequenziamento del DNA estremamente sofisticate, tra cui NanoSeq, un metodo sviluppato per individuare mutazioni rare che sfuggono ai sistemi tradizionali.

Il risultato più sorprendente è questo: molte cellule B, un tipo di globuli bianchi centrali nella risposta immunitaria, presentavano mutazioni inattivanti in geni che normalmente funzionano come freni del sistema immunitario. In altre parole, alcune cellule avrebbero perso i loro meccanismi di controllo, continuando ad accumulare alterazioni genetiche nel tempo fino a favorire una risposta autoimmune.

Tra i geni più spesso colpiti compaiono TNFRSF14 e CD274, noto anche come PDL1, due nomi tecnici che però raccontano una storia semplice: quando i checkpoint immunitari saltano, il rischio è che il sistema di difesa diventi troppo aggressivo, confonda il nemico con l’ospite e inizi a colpire i tessuti sani.

Perché questa scoperta è importante

Il punto cruciale non è soltanto aver trovato mutazioni. Il punto è averle trovate in un contesto diverso dal cancro. Finora le mutazioni somatiche erano considerate soprattutto protagoniste dell’oncologia. Qui, invece, emergono come possibili attori anche nell’autoimmunità.

È una svolta concettuale notevole. Le malattie autoimmuni, che comprendono condizioni come artrite reumatoide, lupus, sclerosi multipla e diabete di tipo 1, colpiscono circa il 5-10% della popolazione mondiale. Eppure, nonostante la loro diffusione, restano patologie spesso trattate in modo relativamente grossolano, con farmaci che spengono il sistema immunitario nel suo complesso, un po’ come togliere la corrente a tutta la casa per spegnere una sola lampadina.

Questo approccio funziona in molti casi, ma ha un prezzo: maggiore vulnerabilità alle infezioni, effetti collaterali, complicazioni nel lungo periodo. Se le mutazioni somatiche saranno confermate come una delle radici della malattia, si aprirebbe invece la strada a una medicina più precisa, capace di distinguere meglio i pazienti e colpire i meccanismi realmente coinvolti.

Un’ipotesi antica, finalmente osservabile

L’idea che mutazioni nei linfociti possano favorire l’autoimmunità non è nuova. Alcuni scienziati la avevano già formulata negli anni Cinquanta. Il problema, per decenni, è stato tecnico: queste mutazioni erano troppo rare, troppo disperse, troppo difficili da rilevare.

Qui la tecnologia ha fatto la differenza. Grazie ai progressi del sequenziamento del DNA e all’analisi di singole cellule e di microaree di tessuto, i ricercatori hanno potuto vedere ciò che prima era invisibile. E quello che hanno visto è affascinante e inquietante insieme: diversi cloni di cellule B mutate, all’interno dello stesso paziente, che avevano acquisito in modo indipendente alterazioni simili. Alcuni cloni avevano accumulato fino a sei mutazioni driver nel corso degli anni, molto prima della comparsa dei sintomi.

Tradotto in linguaggio comune, significa che l’autoimmunità potrebbe prepararsi in silenzio, a lungo, sotto la superficie. Come certe crepe nei muri antichi, che non si vedono subito ma raccontano una tensione che cresce piano.

Che cosa cambia per chi vive con una malattia autoimmune

Per ora è bene tenere i piedi per terra, senza spegnere l’entusiasmo. Lo studio fornisce la prova più forte finora del possibile ruolo delle mutazioni somatiche in una comune malattia autoimmune, ma non dimostra ancora in modo definitivo che siano la causa primaria. Potrebbero essere il motore iniziale, oppure un acceleratore che peggiora la malattia nel tempo.

La distinzione non è di poco conto. Tuttavia, anche come acceleratori, queste mutazioni rappresenterebbero un bersaglio biologico nuovo e di enorme interesse.

Le implicazioni pratiche, in prospettiva, sono almeno tre.

La prima riguarda la diagnosi, perché un domani si potrebbero identificare firme genetiche specifiche nelle cellule immunitarie dei pazienti.

La seconda riguarda la classificazione delle malattie autoimmuni, che oggi spesso raggruppa sotto la stessa etichetta persone con meccanismi biologici molto diversi.

La terza riguarda le terapie, con la possibilità futura di interventi più mirati e meno indiscriminati rispetto alla soppressione generalizzata del sistema immunitario.

E il diabete di tipo 1?

Lo studio si è focalizzato sulla tiroide, ma il suo significato va oltre. Il diabete di tipo 1 è citato tra le patologie autoimmuni che potrebbero essere rilette alla luce di questo nuovo paradigma. Non significa che la risposta sia già pronta, né che la cura sia dietro l’angolo. Significa però che la ricerca potrebbe aver individuato una chiave interpretativa utile anche per altre malattie in cui il sistema immunitario attacca cellule sane, come quelle beta del pancreas.

Il team ha riferito di aver iniziato a osservare segnali simili anche in altre patologie autoimmuni, anche se per ora si tratta di risultati preliminari. È presto per proclamare la rivoluzione, ma abbastanza tardi per ignorare il segnale.

Una nuova fase nella comprensione dell’autoimmunità

Il valore più grande di questo studio è forse proprio qui: ci costringe a pensare alle malattie autoimmuni non solo come a un errore generico del sistema immunitario, ma come al possibile esito di un’evoluzione somatica nascosta, lenta, stratificata, cellulare.

È un cambio di prospettiva che ricorda ciò che accade quando si pulisce una lente appannata. Il paesaggio era già lì, ma finalmente inizia a mostrarsi nei dettagli. E nella medicina, spesso, il progresso nasce così, non da una risposta definitiva, ma da una domanda posta finalmente nel modo giusto.

Fonte dello studio

Studio pubblicato su Nature il 14 aprile, realizzato da ricercatori del Wellcome Sanger Institute, Cambridge University Hospitals NHS Foundation Trust, Università di Cambridge e collaboratori.

In sintesi

Le mutazioni somatiche nelle cellule immunitarie potrebbero essere un fattore chiave nelle malattie autoimmuni.
Il nuovo studio sulle patologie tiroidee autoimmuni mostra che alcune cellule B accumulano nel tempo alterazioni genetiche in geni che regolano i freni del sistema immunitario. È una scoperta che non cambia ancora la pratica clinica di oggi, ma potrebbe cambiare il modo in cui capiremo e cureremo, domani, molte malattie autoimmuni.

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Di Roberto Lambertini

Roberto Lambertini è nato a Bologna il 4 settembre 1961. Fin da giovane è stato appassionato di lettura, libri e informazione.

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achtsam leben heute schon einmal inne gehalten ?.