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Un’analisi del sistema sanitario mongolo tra medicina tradizionale, ostacoli geografici e nuove opportunità: la sfida di portare cure a cavallo tra le yurte.
In Mongolia, dove l’orizzonte sembra non finire mai e il vento porta con sé antichi canti delle steppe, l’accesso alla salute resta una sfida epica, degna dei racconti di Gengis Khan. In un Paese che si estende su un territorio vastissimo, privo di sbocchi sul mare, e dove metà della popolazione vive concentrata nella capitale Ulan Bator mentre l’altra metà è dispersa tra le sabbie del Gobi, la sanità si muove tra estremi: tra ospedali iper-tecnologici urbani e cliniche isolate raggiungibili solo a cavallo.
Il recente studio pubblicato sul Journal of Global Health il 14 marzo 2025, a firma del Professore Associato Yae Yoshino della Sophia University, ci offre una fotografia affascinante e complessa di questo scenario. Un viaggio tra le contraddizioni e le potenzialità del sistema sanitario mongolo, tra passato sovietico e future speranze digitali.
Il doppio volto della salute
La Mongolia eredita dal modello semashko sovietico una sanità centralizzata e gratuita per tutti: un principio nobile, che tuttavia si infrange sulle montagne e sui deserti quando si tratta di raggiungere i cittadini nelle zone più remote. Le distanze da percorrere possono superare i 95 chilometri di terreno difficile, e in molti villaggi dell’Altanshiree i medici sono meno di dieci, costretti a percorrere la steppa per visitare famiglie in yurte isolate.

Credito
Professore associato Yae Yoshino della Sophia University, Giappone
Ma non tutto è buio. La Mongolia vanta una popolazione giovane e vigorosa, grazie anche a politiche previdenziali che incentivano la natalità e premiano le madri con quattro o più figli. Inoltre, la medicina tradizionale mongola – che fonde influenze tibetane, indiane e cinesi – è ancora viva e vegeta, insegnata all’università e praticata come prima linea di cura nelle zone dove le moderne strutture sono un miraggio.
Infermieri, cavalli e gerarchie rigide
Uno dei punti deboli strutturali messi in luce dai ricercatori riguarda il ruolo ancora subordinato degli infermieri. Oltre il 90% dei docenti di infermieristica sono medici, e il personale infermieristico non può operare in autonomia senza la supervisione di un dottore. Un limite pesante in un contesto dove l’accesso alla sanità è già compromesso dalla geografia.
Nel frattempo, l’assistenza è spesso affidata ad “assistenti medici”, figure ibride tra medico e infermiere, che viaggiano a piedi, in moto o a cavallo per raggiungere pazienti in luoghi che sfuggono alla mappa.
Prevenzione dimenticata e cultura alimentare
Un’altra ombra si stende sulla prevenzione. Le principali cause di morte – malattie cardiovascolari, respiratorie e digestive – non trovano risposta in programmi sistematici di screening. L’alimentazione tipica mongola, con il suo alto contenuto di carne, zuccheri e bevande grasse come il tè al latte salato, contribuisce a peggiorare lo stato di salute generale.
La mancanza di linee guida nazionali per screening su patologie comuni come l’ipertensione o il diabete rende il sistema vulnerabile. Eppure basterebbe poco per portare la prevenzione dove serve: magari attraverso eventi religiosi o festività tradizionali, dove la comunità si raduna e la cultura può incontrare la scienza.
Una Mongolia che guarda oltre
Il documento suggerisce strade possibili. La “politica del terzo vicino” – che guarda oltre i confini ingombranti di Russia e Cina – potrebbe aprire a collaborazioni con Stati Uniti, Giappone e altri paesi per potenziare la formazione sanitaria e importare buone pratiche. La tecnologia, dal canto suo, è la chiave per collegare le competenze urbane con i bisogni rurali: la telemedicina può diventare il cavallo moderno su cui viaggia la salute del futuro.
Inoltre, rafforzare il ruolo di ostetriche e infermieri, dando loro maggiore autonomia, permetterebbe di coprire meglio le aree scoperte. Un passo avanti, culturalmente delicato, ma necessario per far fronte a una realtà che non può più essere lasciata al caso – o ai venti della steppa.
Un equilibrio tra tradizione e innovazione
Il futuro della sanità mongola, suggerisce il Dott. Yoshino, non sta nel cancellare il passato, ma nell’armonizzarlo con il presente. Riconoscere la ricchezza delle pratiche tradizionali, dare dignità e potere operativo agli operatori sanitari di base, integrare tecnologia e cultura, sono tutti tasselli di un mosaico complesso.
“Solo così”, conclude, “si potrà costruire un sistema sanitario più giusto, accessibile e resiliente, capace di rispondere ai bisogni di ogni cittadino mongolo, dal cuore pulsante di Ulan Bator alle silenziose yurte del Gobi.”
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