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L’incertezza non è un difetto della vita da correggere, è una delle sue condizioni fondamentali. Imparare a conviverci significa smettere di pretendere garanzie impossibili e cominciare a distinguere ciò che possiamo governare da ciò che dobbiamo attraversare.

Estratto:
Passiamo buona parte della vita cercando certezze. Sul lavoro, sulla salute, nelle relazioni, nel denaro, persino nel tempo che farà domani. Eppure la realtà sembra divertirsi a ricordarci che le garanzie assolute non fanno parte del contratto. Affrontare l’incertezza non significa diventare indifferenti o fatalisti. Significa imparare a camminare anche quando la strada, qualche metro più avanti, scompare nella nebbia.

L’incertezza è la normalità che fingiamo eccezionale

Una delle più singolari abitudini dell’essere umano consiste nel comportarsi come se il futuro dovesse essere prevedibile.

Facciamo programmi, calendari, assicurazioni, previsioni economiche, esami medici, piani pensionistici. Tutto utile, naturalmente. La civiltà stessa nasce in parte dal tentativo di sottrarre l’esistenza all’improvvisazione.

Poi arriva qualcosa che non avevamo previsto.

Una telefonata. Una diagnosi. Un incontro. Una perdita. Un’opportunità inattesa. Un cambiamento politico. Una crisi economica. Oppure, più banalmente, una giornata che decide di non rispettare il programma preparato la sera prima.

E improvvisamente scopriamo una verità antica: il controllo che esercitiamo sulla realtà è sempre parziale.

Il problema, allora, non è eliminare l’incertezza. È impossibile.

Il problema è decidere come vivere mentre l’incertezza rimane.

Perché non sapere ci mette tanto a disagio

Il cervello umano ama prevedere.

Sapere che cosa accadrà permette di organizzare comportamenti, risparmiare energia e prepararci alle minacce. L’incertezza, al contrario, costringe il sistema mentale a mantenere aperte più possibilità contemporaneamente.

E questo costa fatica.

Quando non sappiamo come andrà una situazione, la mente tende a riempire il vuoto.

Talvolta con scenari ragionevoli.

Molto spesso con quelli peggiori.

Aspettiamo l’esito di un esame medico e immaginiamo una malattia grave. Mandiamo un messaggio senza ricevere risposta e cominciamo a interpretare il silenzio. Vediamo oscillare un investimento e già immaginiamo il tracollo.

L’incertezza diventa così una specie di stanza vuota nella quale la fantasia porta immediatamente i mobili più cupi.

È curioso: molte delle cose che ci fanno soffrire non sono ancora accadute.

Potrebbero perfino non accadere mai.

Eppure le viviamo mentalmente in anticipo.

Il futuro non è un problema da risolvere oggi

Uno degli errori più comuni consiste nel tentare di risolvere anticipatamente problemi che appartengono a un futuro ancora inesistente.

È una forma sofisticata di stanchezza.

Ci chiediamo:

Cosa succederà se…?

E poi:

E dopo?

E ancora:

E se allora accadesse anche…?

Nel giro di pochi minuti possiamo aver costruito una catena di eventi lunga dieci anni.

Una sorta di Netflix dell’ansia, con tutte le stagioni già disponibili.

Ma la maggior parte delle decisioni importanti non richiede di conoscere l’intero percorso. Richiede soltanto di sapere quale sia il prossimo passo ragionevole.

Questa distinzione cambia molto.

Non devo sapere come sarà la mia vita fra cinque anni.

Devo sapere cosa posso fare oggi per aumentare le probabilità che sia migliore.

La vecchia saggezza dello spazio di controllo

Gli stoici avevano individuato il problema quasi duemila anni fa.

Epitteto distingueva tra ciò che dipende da noi e ciò che non dipende da noi.

Una distinzione apparentemente semplice, ma sorprendentemente moderna.

Non possiamo controllare completamente:

il comportamento degli altri, l’economia, il caso, il tempo, l’invecchiamento, molte malattie, gli eventi politici, le decisioni altrui.

Possiamo invece influenzare:

la preparazione, le nostre scelte, il modo in cui reagiamo, le informazioni che cerchiamo, le abitudini che coltiviamo, le persone delle quali ci circondiamo.

Affrontare l’incertezza significa riportare continuamente l’attenzione verso questa seconda area.

Non perché tutto dipenda da noi.

Ma perché qualcosa dipende da noi.

Ed è lì che vale la pena investire energia.

Prepararsi non significa vivere preoccupati

Esiste una differenza fondamentale tra preparazione e preoccupazione.

La preparazione produce azioni.

La preoccupazione produce simulazioni.

Se temo un imprevisto economico, prepararmi può significare creare un piccolo fondo di emergenza.

Se temo un problema di salute, prepararmi può significare sottopormi ai controlli appropriati e adottare comportamenti preventivi.

Se temo l’instabilità professionale, prepararmi può significare aggiornare competenze e mantenere una rete di relazioni.

La preoccupazione, invece, può ripetere cento volte lo stesso scenario senza aggiungere una sola informazione utile.

Un buon criterio è chiedersi:

“Quello che sto pensando mi permette di fare qualcosa?”

Se la risposta è sì, probabilmente siamo nel campo della pianificazione.

Se la risposta è no e continuiamo a ripetere mentalmente lo stesso scenario, potremmo essere entrati nel territorio della ruminazione.

Accettare l’incertezza non significa arrendersi

La parola “accettazione” viene spesso fraintesa.

Accettare non significa approvare.

Non significa rinunciare.

Significa riconoscere ciò che esiste prima di decidere come comportarsi.

Se piove, posso arrabbiarmi contro il cielo oppure prendere un ombrello.

L’ombrello non rappresenta una resa meteorologica.

Rappresenta semplicemente una buona comprensione della situazione.

Lo stesso vale per molte circostanze della vita.

Possiamo combattere contro il fatto che una situazione sia incerta, oppure possiamo domandarci come muoverci all’interno di quella incertezza.

La seconda domanda è quasi sempre più fertile.

Il desiderio di certezza può diventare una trappola

A volte rimandiamo decisioni aspettando informazioni che non arriveranno mai.

Cambiare lavoro.

Trasferirsi.

Iniziare un progetto.

Chiudere una relazione.

Aprirne una.

Investire.

Studiare qualcosa di nuovo.

Aspettiamo di essere sicuri.

Ma nelle decisioni più importanti la certezza raramente esiste.

Esistono probabilità, informazioni incomplete, esperienze precedenti e valutazioni ragionevoli.

Aspettare la certezza assoluta può significare aspettare per sempre.

E anche non scegliere è una scelta.

Il tempo, educatamente, continua a passare.

Imparare a ragionare per probabilità

Un modo efficace per convivere meglio con l’incertezza consiste nel sostituire le domande assolute con domande probabilistiche.

Non:

“Andrà bene?”

Ma:

“Quali elementi rendono più probabile che vada bene?”

Non:

“Succederà qualcosa di brutto?”

Ma:

“Quanto è realistico questo rischio e che cosa posso fare per ridurlo?”

Questo modo di ragionare evita due estremi.

Il catastrofismo, secondo cui tutto finirà male.

E l’ottimismo ingenuo, secondo cui tutto andrà bene perché sì.

Tra questi due estremi esiste uno spazio molto più interessante: il realismo.

Ridurre l’orizzonte temporale

Quando l’incertezza diventa opprimente, può essere utile restringere il campo.

Non pensare ai prossimi dieci anni.

Pensa ai prossimi tre mesi.

Se è troppo, pensa alla prossima settimana.

Se è ancora troppo, pensa a oggi.

Ci sono momenti della vita nei quali pianificare il futuro significa semplicemente arrivare dignitosamente a sera.

Non è mancanza di ambizione.

È gestione dell’energia.

Le grandi traversate sono fatte da una quantità impressionante di piccoli passi, molti dei quali apparentemente insignificanti.

Conservare le abitudini quando tutto cambia

Le routine hanno una funzione sottovalutata.

Quando il mondo esterno diventa imprevedibile, alcune piccole regolarità quotidiane possono diventare punti di riferimento.

Alzarsi più o meno alla stessa ora.

Camminare.

Mangiare con una certa regolarità.

Leggere.

Preparare il caffè.

Telefonare a qualcuno.

Curare una pianta.

Gesti minuscoli che sembrano irrilevanti e invece ricordano al cervello che non tutto è diventato caos.

Le persone hanno sempre fatto questo.

Durante guerre, migrazioni, crisi economiche e lutti, l’umanità ha continuato ostinatamente a preparare il pane, apparecchiare tavole, celebrare compleanni, raccontare storie.

Non perché ignorasse le difficoltà.

Ma perché la normalità, a volte, è una forma di resistenza.

Non tutto ciò che è incerto è pericoloso

Questo è forse il passaggio più difficile.

L’incertezza contiene rischi.

Ma contiene anche possibilità.

Quando non sappiamo cosa accadrà, non sappiamo soltanto quali problemi arriveranno.

Non sappiamo nemmeno quali occasioni potrebbero presentarsi.

Molte delle cose migliori della nostra vita erano, qualche anno prima, completamente imprevedibili.

Persone che non conoscevamo.

Luoghi nei quali non pensavamo di andare.

Idee che non avevamo ancora avuto.

Opportunità nate da coincidenze.

Persino alcune difficoltà, guardate a distanza di anni, diventano biforcazioni dalle quali è iniziato qualcosa di diverso.

L’incertezza è dunque ambivalente.

Fa paura perché non possiamo vedere ciò che arriva.

Ma proprio per questo lascia aperta la porta anche a ciò che ancora non immaginiamo.

La maturità forse consiste proprio in questo

Da giovani spesso pensiamo che diventare adulti significhi finalmente capire come funziona tutto.

Poi diventiamo adulti e scopriamo una verità piuttosto comica.

Anche gli adulti improvvisano.

Solo che hanno calendari migliori.

Con il tempo possiamo però imparare qualcosa di più prezioso della certezza: la capacità di stare nell’incertezza senza venirne travolti.

Sapere che alcune domande resteranno aperte.

Che alcune decisioni saranno prese con informazioni incomplete.

Che alcune persone ci sorprenderanno.

Che alcuni progetti falliranno.

Che altri riusciranno oltre ogni previsione.

La serenità non nasce necessariamente dal sapere cosa succederà.

Può nascere anche dalla fiducia di poter affrontare ciò che succederà.

In breve

L’incertezza non è un incidente della vita. È la sua condizione naturale.

Possiamo ridurla con conoscenza, esperienza, prevenzione e pianificazione, ma non possiamo eliminarla.

Il punto, allora, non è conquistare il controllo assoluto.

È costruire una buona capacità di navigazione.

Distinguere ciò che possiamo cambiare da ciò che dobbiamo accettare. Prepararci senza trasformare la preparazione in preoccupazione. Ragionare per probabilità invece che per catastrofi. Ridurre l’orizzonte temporale quando il futuro sembra troppo grande. Conservare gesti, relazioni e abitudini capaci di mantenerci ancorati al presente.

Perché vivere significa sempre procedere verso qualcosa che non conosciamo completamente.

Forse la vera sicurezza non consiste nell’avere una mappa perfetta.

Consiste nel sapere che, anche quando la strada cambia, abbiamo ancora con noi una bussola.

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Di Roberto Lambertini

Roberto Lambertini è nato a Bologna il 4 settembre 1961. Fin da giovane è stato appassionato di lettura, libri e informazione.

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