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Ai maschi insegniamo ancora troppo spesso a essere forti, competitivi e indipendenti. Molto meno ad ascoltare, accudire, riconoscere le emozioni e rispettare i confini. Eppure proprio queste competenze potrebbero diventare una delle radici della prevenzione della violenza nelle relazioni.

Estratto: Per prevenire la violenza domestica non basta intervenire quando qualcuno alza una mano. Bisognerebbe cominciare molti anni prima, insegnando ai ragazzi che prendersi cura degli altri, mostrare affetto, gestire la rabbia e accettare un no non diminuisce la loro mascolinità. Potrebbe, al contrario, renderla più adulta.

Prima della violenza c’è quasi sempre una relazione

Quando parliamo di violenza domestica immaginiamo inevitabilmente il momento in cui qualcosa è già accaduto. Una donna minacciata, controllata, umiliata, picchiata. La denuncia, il centro antiviolenza, le forze dell’ordine, il tribunale.

Tutto indispensabile. Ma tutto terribilmente tardi.

La prevenzione primaria pone invece una domanda molto più scomoda: che cosa accade vent’anni prima?

Che cosa insegniamo a un bambino sull’amore, sulla rabbia, sulla fragilità, sull’affetto e sul rapporto con gli altri?

I dati spiegano perché la domanda non sia accademica. Secondo i risultati preliminari dell’indagine Istat 2025, circa 6,4 milioni di donne italiane tra 16 e 75 anni, il 31,9%, hanno subito almeno una violenza fisica o sessuale a partire dai 16 anni. Tra le donne che hanno o hanno avuto un partner, il 12,6% riferisce violenza fisica o sessuale nella coppia, il 17,9% violenza psicologica e il 6,6% violenza economica.

A livello mondiale l’OMS stima che quasi una donna su tre abbia sperimentato violenza fisica o sessuale da parte del partner oppure violenza sessuale da parte di altre persone.

Non stiamo parlando quindi di poche relazioni patologiche precipitate misteriosamente nel baratro. Stiamo parlando di un problema sociale abbastanza grande da costringerci a guardare anche come cresciamo i futuri adulti.

Ai ragazzi insegniamo molte cose. La premura molto meno

Un bambino cade.

Per una bambina è ancora socialmente accettabile piangere, cercare consolazione, raccontare la paura.

A molti bambini maschi viene invece suggerito, magari con le migliori intenzioni: “Su, sei un ometto”.

Tre parole apparentemente innocue possono racchiudere un intero corso accelerato di educazione sentimentale.

Il dolore si sopporta. La paura si nasconde. La vulnerabilità non si mostra.

Poi arrivano l’adolescenza, la competizione, il gruppo dei pari, il sesso, le prime relazioni.

E chiediamo improvvisamente a quel ragazzo di essere empatico, comprendere i segnali dell’altra persona, parlare delle proprie emozioni, rispettare un rifiuto, gestire la gelosia, accettare una separazione.

Competenze sulle quali, magari, nessuno lo ha mai allenato.

È un po’ come non insegnare a nuotare a qualcuno per diciotto anni e poi scandalizzarsi perché annaspa quando cade in acqua.

Naturalmente la mancanza di educazione emotiva non trasforma automaticamente un ragazzo in un uomo violento. La violenza nelle relazioni nasce dall’interazione di molti fattori individuali, familiari, culturali e sociali.

L’OMS cita fra i fattori associati alla violenza anche l’esposizione infantile alla violenza, l’abuso di alcol, gli atteggiamenti che giustificano la violenza, i comportamenti di controllo e alcune norme di genere che rafforzano privilegio maschile e senso di diritto sull’altra persona.

Ed è proprio qui che l’educazione può entrare in scena.

Essere premurosi non significa semplicemente essere gentili

La parola “premura” potrebbe sembrare quasi antiquata. Ed è un peccato, perché descrive qualcosa di molto concreto.

Prendersi cura significa accorgersi che esiste qualcuno oltre noi.

Significa apparecchiare la tavola senza aspettare che venga chiesto. Badare a un fratellino. Consolare un amico. Ascoltare senza risolvere immediatamente il problema. Chiedere “come stai?” e aspettare davvero la risposta.

Significa anche imparare che una relazione non assegna diritti di proprietà.

La fidanzata non è “mia” nello stesso senso in cui sono mie le scarpe.

Il telefono dell’altra persona non diventa automaticamente consultabile. Una relazione non autorizza a stabilire come l’altro debba vestirsi, chi possa frequentare o dove possa andare.

E soprattutto il consenso dato ieri non è un contratto a tempo indeterminato.

Insegnare la cura significa quindi allenare empatia, reciprocità, responsabilità, gestione dei conflitti, capacità di chiedere scusa e rispetto dei confini.

Sono competenze relazionali, non ornamenti sentimentali.

Un dato sorprendente riguarda i padri

Uno degli studi più interessanti arriva dall’Australian Institute of Family Studies e dalla grande indagine longitudinale Ten to Men.

I ricercatori hanno seguito migliaia di uomini e hanno osservato un’associazione particolarmente suggestiva. Gli uomini che ricordavano durante l’infanzia un rapporto di buona qualità e affettuoso con il padre o con una figura paterna mostravano una probabilità inferiore di riferire successivamente comportamenti di violenza nelle relazioni.

Nel gruppo con la percezione più forte di un rapporto paterno affettuoso, la probabilità risultava inferiore del 57%.

Attenzione alla parola: associazione.

Lo studio non dimostra che un abbraccio paterno possa dimezzare matematicamente la violenza futura. Gli stessi autori sottolineano i limiti dei dati autoriferiti e la necessità di ulteriori ricerche.

Ma l’indicazione è potente.

Il primo uomo che un bambino vede mostrare tenerezza potrebbe insegnargli qualcosa che nessuna conferenza sulla violenza di genere, vent’anni dopo, riuscirà altrettanto facilmente a spiegargli.

Che un uomo può accarezzare.

Può chiedere scusa.

Può avere paura.

Può occuparsi di qualcuno.

Può essere forte senza avere bisogno di dominare.

Non dobbiamo abolire la mascolinità, dobbiamo renderla adulta

Qui il dibattito pubblico spesso deraglia.

Da una parte compare la caricatura secondo cui educare i ragazzi all’empatia significherebbe renderli deboli. Dall’altra emerge talvolta l’idea altrettanto semplicistica che ogni caratteristica tradizionalmente maschile sia sospetta.

Non serve né l’una né l’altra cosa.

Esistono caratteristiche storicamente associate all’idea di buon uomo che meriterebbero anzi di essere recuperate: responsabilità, parola data, autocontrollo, coraggio, protezione dei più vulnerabili, capacità di sacrificarsi per qualcuno.

Il problema nasce quando protezione diventa possesso, forza diventa dominio, orgoglio diventa incapacità di chiedere aiuto.

Il ragazzo che impara a controllare la propria rabbia non è meno forte di quello che la scarica contro qualcuno.

È infinitamente più forte.

Forse la vecchia espressione “essere un uomo” avrebbe bisogno non di essere cancellata, ma di essere completata.

Essere uomo significa anche saper accudire.

La scuola può fare qualcosa, e abbiamo già qualche prova

Non è soltanto teoria.

I Centers for Disease Control and Prevention statunitensi includono tra le strategie per prevenire la violenza nelle relazioni proprio l’insegnamento di competenze per costruire rapporti sicuri e sani, i programmi socio-emotivi rivolti ai giovani, il coinvolgimento delle famiglie e la partecipazione di uomini e ragazzi alla prevenzione.

Particolarmente interessante è Dating Matters, programma rivolto agli adolescenti dagli 11 ai 14 anni, quindi prima che molte relazioni sentimentali diventino stabili.

Non insegna semplicemente “non picchiare la fidanzata”. Sarebbe una pedagogia piuttosto misera.

Si lavora sulle caratteristiche delle relazioni sane e malsane, sulla comunicazione, sui conflitti, sulle emozioni, sull’influenza dei social e sui comportamenti di controllo. Sono coinvolti ragazzi, genitori, scuole e comunità.

In uno studio randomizzato condotto in 46 scuole, gli studenti esposti al programma hanno riferito meno violenza nelle relazioni, meno strategie negative di gestione dei conflitti e, negli anni successivi, migliori competenze relazionali rispetto al gruppo che aveva seguito un altro programma preventivo.

Non significa che abbiamo trovato il vaccino contro la violenza domestica.

Significa qualcosa di più realistico e utile: certe competenze possono essere insegnate e alcuni comportamenti possono essere prevenuti.

La prevenzione comincia anche dalla cameretta

Non tutto deve essere delegato alla scuola.

Un bambino impara continuamente osservando gli adulti.

Vede chi cucina e chi aspetta la cena. Chi pulisce e chi considera naturale che qualcuno pulisca. Chi si occupa dei nonni. Chi ricorda le medicine. Chi consola. Chi interrompe. Chi chiede scusa dopo una discussione.

Soprattutto osserva come suo padre, o gli uomini importanti della sua vita, trattano le donne.

Qui la pedagogia perde improvvisamente tutti i suoi PowerPoint.

Un padre che dice al figlio “devi rispettare le donne” e poi umilia sistematicamente sua moglie sta impartendo una lezione chiarissima. Semplicemente non è quella contenuta nelle parole.

Per questo educare alla cura significa anche far partecipare i ragazzi alla vita quotidiana della casa.

Cucinare, pulire, occuparsi di qualcuno, riconoscere i bisogni degli altri non sono “lavori da donne”.

Sono esercizi elementari di cittadinanza affettiva.

Anche la rabbia deve avere un vocabolario

Molti ragazzi possiedono un dizionario emotivo sorprendentemente corto.

Sto bene.

Sto male.

Sono incazzato.

Eppure sotto la rabbia possono nascondersi paura, vergogna, rifiuto, umiliazione, gelosia, senso di abbandono, insicurezza.

Se non sappiamo nominare ciò che sentiamo, diventa più difficile governarlo.

Educazione emotiva non significa organizzare interminabili sedute collettive in cui ogni adolescente debba raccontare la propria anima davanti alla classe.

Significa qualcosa di assai più pratico.

Riconoscere quello che sta succedendo dentro di sé prima che diventi comportamento.

Capire che essere lasciati fa male, ma non autorizza alla persecuzione.

Che essere gelosi non autorizza al controllo.

Che sentirsi umiliati non autorizza alla vendetta.

Che ricevere un “no” può essere doloroso, ma resta un “no”.

Questa è alfabetizzazione emotiva. E, in determinate circostanze, potrebbe essere anche alfabetizzazione preventiva della violenza.

Non bisogna crescere ragazzi innocui. Bisogna crescere uomini affidabili

Forse è questa la distinzione più importante.

Lo scopo non dovrebbe essere educare maschi impauriti dalla propria forza o convinti di essere potenziali colpevoli per il semplice fatto di essere uomini.

Sarebbe ingiusto e probabilmente controproducente.

Dobbiamo invece crescere ragazzi capaci di usare forza, desiderio, ambizione e assertività senza trasformarli in dominio.

Uomini dei quali ci si possa fidare.

Che sappiano amare senza possedere.

Litigare senza terrorizzare.

Perdere senza vendicarsi.

Desiderare senza pretendere.

Proteggere senza controllare.

E prendersi cura senza sentirsi diminuiti.

Forse abbiamo trascorso troppo tempo a dire ai ragazzi che un giorno avrebbero dovuto essere uomini.

Avremmo potuto aggiungere una piccola frase.

Un uomo è anche qualcuno che sa avere cura.

Potrebbe sembrare una lezione modesta.

Ma le grandi trasformazioni culturali spesso cominciano proprio così, intorno a un tavolo, con un padre che sparecchia, un bambino che consola un amico e qualcuno che finalmente gli dice che la tenerezza non è il contrario della forza.

È uno dei suoi usi migliori.

In conclusione

La violenza domestica non ha una sola causa e nessuna forma di educazione può eliminarla da sola. Le evidenze disponibili indicano però che norme di genere rigide, comportamenti di controllo, difficoltà nella gestione emotiva ed esperienze familiari possono contribuire al rischio, mentre relazioni affettive sane, sostegno sociale e programmi che insegnano competenze relazionali rappresentano possibili fattori protettivi.

Prevenire significa quindi anche cominciare prima della prima fidanzata, prima della gelosia, prima del primo litigio serio. Significa insegnare ai bambini maschi che affetto, cura, consenso, responsabilità e autocontrollo appartengono pienamente all’essere uomini.

Fonti principali: Istat, La violenza contro le donne dentro e fuori la famiglia, primi risultati 2025. Organizzazione Mondiale della SanitàViolence against women. CDC, strategie di prevenzione della violenza nelle relazioni e programma Dating Matters. Australian Institute of Family Studies, The use of intimate partner violence among Australian men.

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Di Roberto Lambertini

Roberto Lambertini è nato a Bologna il 4 settembre 1961. Fin da giovane è stato appassionato di lettura, libri e informazione.

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