Dalla Summer School in Medical Humanities alla T1D Challenge, fino alla proteomica applicata al diabete. L’Università di Bologna apre settembre mettendo in dialogo prove scientifiche, esperienza della malattia e vita della città.
Estratto: A Bologna settembre comincia unendo due dimensioni della cura che non dovrebbero mai essere separate: ciò che la scienza riesce a misurare e ciò che soltanto la persona può raccontare. Dalle Medical Humanities alla T1D Challenge, la ricerca esce dai laboratori e incontra la vita.
Settembre, a Bologna, ha il suono delle serrande che si rialzano, delle biciclette che tornano sotto i portici e dei quaderni nuovi, ancora innocenti rispetto alle fatiche dell’anno. Le vacanze finiscono, il caldo indugia, ma la città ricomincia a pensare.
Nel 2026 questo risveglio possiede il volto della scienza, ma anche quello delle persone alle quali la scienza dovrebbe servire.
Dal 31 agosto al 4 settembre l’Università di Bologna ospita la quinta edizione della Summer School in Medical Humanities, dedicata al tema “Raccontare e raccontarsi. Diagnosi, salute, malattia, benessere”. Subito dopo, dal 6 settembre, comincia “Aspettando la Notte delle Ricercatrici e dei Ricercatori”, il percorso che porterà ricerca, salute, alimentazione, sport e cultura fuori dai laboratori.
Due iniziative diverse, unite da una domanda essenziale: che cosa significa davvero conoscere una malattia?
Conoscerne i meccanismi biologici è indispensabile. Misurare, confrontare e verificare permette alla medicina di distinguere una terapia efficace da una speranza ben confezionata. Ma una malattia non accade dentro un grafico. Accade nella vita di qualcuno.
La cartella registra la malattia, il racconto rivela la persona
La Summer School in Medical Humanities si svolge nelle sedi del Dipartimento di Filologia Classica e Italianistica, in via Zamboni 32, e dell’Istituto Ortopedico Rizzoli. Il percorso, erogato in italiano e corrispondente a cinque crediti formativi universitari, indaga il rapporto fra paziente e professionista della cura attraverso l’integrazione di competenze mediche, scientifiche, letterarie, storiche, linguistiche e giuridiche.
Al centro si trovano l’anamnesi e il racconto del paziente, osservati nel dialogo tra evidence based medicine, la medicina basata sulle prove, e narrative medicine, la medicina narrativa. Non due squadre avversarie, come spesso accade nel dibattito pubblico, ma due prospettive che possono correggersi e completarsi.
La presentazione ufficiale dell’Università di Bologna sottolinea proprio la necessità di innestare le conoscenze scientifiche su competenze relazionali capaci di interpretare la malattia e il racconto della persona.
Il punto non è sostituire uno studio clinico con una storia commovente. Un’esperienza individuale non può stabilire l’efficacia di un farmaco, così come un romanzo, per quanto magnifico, non determina il dosaggio dell’insulina. La medicina narrativa non deve diventare una scorciatoia sentimentale intorno alle prove.
Serve invece a comprendere ciò che le prove, da sole, non possono descrivere completamente.
Un referto identifica una patologia. Il racconto mostra che cosa quella patologia ha fatto al lavoro, al sonno, ai rapporti familiari, alla libertà di uscire, alla percezione del futuro. La cartella clinica registra valori, terapie e complicanze. Raramente contiene la frase: “Da quella notte ho paura di addormentarmi”.
Eppure anche questa è informazione clinicamente rilevante.
Il diabete, una condizione raccontata dai numeri
Il diabete rappresenta un esempio particolarmente chiaro del rapporto fra misurazione ed esperienza.
La medicina contemporanea dispone di strumenti straordinari. Il sensore registra la glicemia giorno e notte, traccia curve, evidenzia tendenze e calcola il tempo trascorso nell’intervallo desiderato. I sistemi automatizzati possono integrare questi dati con un microinfusore e correggere in parte l’erogazione dell’insulina.
È un grande progresso. Ma il sensore misura il glucosio, non la vita.
Non misura la paura dell’ipoglicemia mentre si attraversa una strada. Non registra la stanchezza di prendere decine di piccole decisioni ogni giorno. Non comprende il disagio di un allarme che suona durante una riunione o in una sala silenziosa. Non sa che cosa significhi mangiare insieme agli altri quando ogni piatto richiede una stima, un calcolo e una previsione.
Il sensore può indicare una freccia verso il basso. Non può raccontare la memoria di una grave ipoglicemia precedente, né il timore che quella freccia risveglia.
Due persone con la stessa emoglobina glicata, la medesima diagnosi e perfino la stessa terapia possono vivere condizioni radicalmente diverse. Una può disporre di una rete familiare solida, di un lavoro flessibile e di un rapporto sereno con la tecnologia. L’altra può vivere sola, svolgere un’attività incompatibile con gli allarmi frequenti o trovarsi schiacciata dalla fatica decisionale.
Se guardassimo soltanto l’emoglobina glicata, potremmo considerarle clinicamente simili. Ascoltandole, scopriremmo due mondi.
Raccontarsi non è lamentarsi
Nella cultura sanitaria sopravvive talvolta l’idea che il “bravo paziente” sia quello sintetico, disciplinato e poco disturbante. Porta gli esami, risponde alle domande, incassa le raccomandazioni e non allunga troppo la visita. In pochi minuti deve comprimere mesi di vita in una manciata di frasi ordinate. Quasi un’impresa editoriale, ma senza correttore di bozze.
Raccontare la malattia non significa lamentarsi. Significa fornire informazioni sul modo in cui la cura entra, o non riesce a entrare, nella realtà.
L’esperienza della malattia influenza l’aderenza terapeutica, l’autonomia, il lavoro, le relazioni e la possibilità di partecipare alle decisioni. Una terapia scientificamente corretta può fallire se è impraticabile nella quotidianità della persona. Non perché il paziente sia “difficile”, ma perché la soluzione è stata pensata senza conoscere abbastanza il problema.
Ascoltare non equivale ad assecondare ogni convinzione. Se una persona attribuisce un disturbo a una causa non dimostrata, il medico deve restare fedele alle evidenze. Tuttavia può domandarsi da dove nasca quella convinzione, quale paura contenga e come comunicarle una spiegazione più solida.
La medicina narrativa, nella sua forma migliore, non indebolisce il metodo scientifico. Lo rende applicabile a una persona concreta.
Il 6 settembre la ricerca sul diabete entra in piscina
Dopo le giornate dedicate alle Medical Humanities, il percorso scientifico bolognese prosegue con un’iniziativa nella quale corpo, ricerca e vita quotidiana si incontrano in modo assai concreto.
Domenica 6 settembre, dalle 9.30 alle 16, il Centro sportivo Acqua&Fitness di Ozzano dell’Emilia ospita la T1D Challenge, rivolta a bambini, ragazzi e adulti con diabete di tipo 1, ai familiari e a quanti desiderano condividere una giornata di sport e conoscenza.
Il programma comprende una staffetta di nuoto a coppie, seguita da uno spazio dedicato alla divulgazione delle ricerche sul diabete. L’iniziativa è organizzata dall’Università di Bologna insieme alla Pediatria dell’IRCCS Policlinico Sant’Orsola, ad AGD Bologna e a Piscine Palestre SO.GE.SE. Per partecipare sono previste registrazione e quota d’iscrizione, come precisato nella pagina della T1D Challenge.
È un modo intelligente di parlare di diabete. Non una condizione immobile, raccontata soltanto attraverso complicanze e divieti, ma una realtà vissuta da persone che nuotano, si confrontano, ridono e imparano.
Per chi ha il diabete tipo 1, lo sport significa conoscere il proprio corpo, regolare insulina e carboidrati, interpretare il sensore e prevenire gli squilibri glicemici. Ogni vasca contiene una piccola lezione di fisiologia applicata. La ricerca, almeno per un giorno, lascia il camice negli spogliatoi e si presenta a bordo piscina.
Il 7 settembre, dentro l’universo delle proteine
Il giorno successivo, dalle 12 alle 13.30, il Dipartimento di Farmacia e Biotecnologie ospita il seminario in lingua inglese “Translational bottom-up proteomics in the study of diabetes and endocrine tumors”, tenuto dalla professoressa Laura Giusti.
L’appuntamento si svolge nell’Aula Spampinato, in via Gobetti 87, con possibilità di partecipare anche online tramite Microsoft Teams e ingresso libero. Tutti i dettagli sono disponibili nella scheda ufficiale del seminario FABIT.
La proteomica studia l’insieme delle proteine presenti in cellule, tessuti e campioni biologici. Nell’approccio bottom-up le proteine vengono scomposte in frammenti più piccoli, i peptidi, successivamente identificati attraverso tecniche come la spettrometria di massa. Dai frammenti si tenta poi di ricostruire le proteine originarie e le reti biologiche nelle quali operano.
È come ricostruire un’orchestra analizzando separatamente le note registrate. Operazione poco poetica, forse, ma capace di rivelare quale strumento abbia smesso di suonare in armonia.
Che cosa può dirci la proteomica sul diabete
Nello studio del diabete la proteomica permette di osservare le alterazioni che avvengono nelle isole pancreatiche e nelle cellule beta produttrici di insulina.
Secondo il programma del seminario, l’analisi proteomica e lo studio dell’acetilazione delle proteine hanno mostrato come le citochine pro-infiammatorie possano compromettere la funzione delle cellule beta, modificando enzimi metabolici, componenti del citoscheletro, mediatori immunitari e regolatori mitocondriali.
Queste tecniche potrebbero contribuire all’identificazione di nuovi biomarcatori e di vie biologiche dotate di rilevanza diagnostica o terapeutica. Il condizionale, naturalmente, non è un soprammobile grammaticale. Individuare un meccanismo o una firma proteica non significa disporre già di un esame clinico o di una nuova cura. I risultati devono essere riprodotti, validati e dimostrati utili su popolazioni adeguate.
La proteomica descrive ciò che accade dentro la cellula. La narrazione descrive ciò che accade intorno alla persona. Per una medicina autenticamente precisa servono entrambe le mappe.
Dalla Piazza Maggiore al Mercato Albani
Il settembre scientifico proseguirà l’8 settembre a Palazzo d’Accursio con “La cura, cibo, salute, genetica e nuovi materiali”, un aperitivo scientifico dedicato agli stili di vita sani e sostenibili. Marco Malaguti e Cecilia Prata presenteranno in forma divulgativa i risultati dei progetti NUTRI.M.E.N.T.I. e VIBE. L’incontro è previsto dalle 18 alle 19.30, con ingresso libero fino a esaurimento dei posti, secondo il programma dell’Università di Bologna.
Il 12 settembre la ricerca arriverà al Mercato Albani. “Si fa scienza in Bolognina” porterà fra i banchi incontri su benessere, cibo, movimento, arte e cultura. Si parlerà della scienza presente in un bicchiere e del cibo come componente dell’identità, con ingresso libero dalle 11 alle 18. Il programma ufficiale conferma una scelta preziosa: raggiungere le persone nei luoghi che già abitano.
Non tutti entrerebbero spontaneamente in un dipartimento universitario. Molti, però, attraversano una piazza, un mercato o una piscina. Portare lì la ricerca riduce una distanza fisica, sociale e linguistica.
Misurare bene, ascoltare meglio
Viviamo in un’epoca nella quale la medicina può raccogliere quantità di dati un tempo impensabili. Possiamo osservare la glicemia quasi minuto per minuto, analizzare migliaia di proteine e affidare agli algoritmi l’individuazione di segnali invisibili all’occhio umano.
Più la medicina diventa capace di misurare, però, più deve evitare di confondere la persona con l’insieme delle sue misurazioni.
Il rischio non è avere troppi dati. È credere che nei dati ci sia già tutto.
La Summer School in Medical Humanities, la T1D Challenge e il seminario sulla proteomica sembrano appuntamenti lontani. In realtà compongono lo stesso discorso. La cura ha bisogno della prova scientifica, perché senza prove si scivola nelle illusioni. Ha bisogno della tecnologia, perché misurare meglio può significare prevenire, personalizzare e proteggere. Ma ha bisogno anche del racconto, perché nessuna terapia è davvero personalizzata se non conosce la vita nella quale dovrà trovare posto.
Sotto i portici, da quasi mille anni, Bologna discute di conoscenza. Nel 2026 il laboratorio possiede nuovi strumenti, ma conserva un’abitudine antica: incontrare le persone e ascoltare le loro domande.
A settembre Bologna rimette la scienza in piazza. E, accanto ai numeri, rimette finalmente la persona.
Infine
Dal 31 agosto Bologna apre il proprio settembre scientifico con la quinta Summer School in Medical Humanities, dedicata al rapporto fra medicina basata sulle prove e medicina narrativa. Dal 6 settembre la T1D Challenge porta sport e divulgazione sul diabete tipo 1 in piscina; il 7 settembre un seminario affronta le possibilità della proteomica nello studio del diabete e dei tumori endocrini. Il filo comune è chiaro: i dati descrivono la malattia, ma soltanto l’ascolto permette di comprendere come quella malattia viene vissuta. Una buona medicina non sceglie fra prove e racconti. Usa le prove per curare e i racconti per sapere chi sta curando.
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