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Estratto: Il dibattito si concentra sull’età di accesso ai social, ma rischia di ignorare il problema più grande: televisione, rete e intelligenza artificiale occupano ormai ogni ora disponibile. La proposta provocatoria è limitare l’esposizione mediatica ricreativa a sei ore al giorno. Non spegnere Internet, ma restituire tempo alla vita.


Mentre governi e istituzioni discutono di età minima, verifica anagrafica e divieti di accesso ai social media, temo che si continui a guardare il dito e non la luna. Il problema non nasce soltanto da TikTok, Instagram o dalla data di nascita inserita al momento dell’iscrizione. Nasce da un ambiente che non dorme mai.

La televisione trasmette ventiquattr’ore su ventiquattro. Internet non chiude. Le notifiche arrivano mentre mangiamo, lavoriamo, camminiamo e, se glielo permettiamo, anche mentre dormiamo. Ora si è aggiunta l’intelligenza artificiale, disponibile in ogni momento per rispondere, suggerire, intrattenere e perfino pensare al posto nostro. Non siamo più noi a entrare nei media: sono i media ad abitare stabilmente dentro le nostre giornate.

Per questo il dibattito sui minori, pur necessario, rischia di essere insufficiente. Un limite anagrafico può proteggere i più piccoli da alcuni contenuti, dalla profilazione e da certe dinamiche persuasive. Non può però correggere una società nella quale gli adulti per primi tengono il telefono sul tavolo, la televisione accesa come carta da parati e lo sguardo costantemente in affitto.

L’Europa alza l’età, ma il tempo resta fuori dal dibattito

Il 17 settembre 2026 la Commissione europea ha presentato la proposta di EU KIDS Act: accesso vietato ai social sotto i 13 anni e soglia europea di 15 anni per aprire autonomamente un account. La proposta affianca il Digital Services Act, che già vieta la pubblicità mirata ai minori e impone alle piattaforme maggiori tutele contro contenuti e meccanismi dannosi. È un passo importante, soprattutto perché sposta parte della responsabilità dalle famiglie alle aziende digitali.

Ma anche la migliore verifica dell’età non risolve la questione del tempo. Un ragazzo può non avere un profilo social e trascorrere comunque ore tra video, streaming, giochi, chat e televisione. Può inoltre aggirare il divieto, utilizzare l’account di un adulto o spostarsi verso servizi meno controllati. Soprattutto, una barriera all’ingresso non modifica il modello economico che compete per catturare attenzione senza interruzione.

La domanda decisiva, allora, non è soltanto: «A quale età si può entrare?». È anche: «Per quante ore vogliamo restare esposti?».

Sei ore al giorno: una provocazione, non un interruttore nazionale

La mia proposta è volutamente radicale: ridurre l’esposizione quotidiana a televisione, rete e servizi digitali ricreativi da una disponibilità teoricamente illimitata a un massimo di sei ore.

Intendiamoci. Spegnere materialmente Internet per diciotto ore al giorno sarebbe impraticabile e ingiusto. La rete serve al lavoro, alla scuola, alla sanità, ai servizi pubblici, alle persone con disabilità, alle emergenze e alle relazioni a distanza. Nemmeno tutte le ore davanti a uno schermo sono equivalenti: una videochiamata con un familiare non è la stessa cosa di un’ora di scorrimento automatico; leggere un saggio non equivale a inseguire notifiche; usare l’IA per studiare non coincide con delegarle ogni ragionamento.

Le sei ore vanno quindi intese come bilancio massimo di esposizione mediatica ricreativa, non come oscuramento della rete. Una sorta di dieta dell’attenzione, con strumenti concreti: fasce orarie senza social, dispositivi fuori dalla camera durante la notte, notifiche non essenziali disattivate, niente riproduzione automatica, pasti senza schermi, limiti condivisi in famiglia e modalità realmente cronologiche al posto dei flussi algoritmici infiniti.

In altre parole, non razionare l’informazione ma disarmare la disponibilità permanente.

Che cosa dice davvero la ricerca

Le evidenze non autorizzano slogan semplici. Molti studi trovano associazioni tra uso intenso degli schermi, minore sonno, sedentarietà e difficoltà psicologiche, ma l’associazione non dimostra automaticamente che sia lo schermo a causare il problema. Un adolescente già solo, ansioso o depresso potrebbe rifugiarsi più spesso online. Il rapporto può essere bidirezionale e dipendere da età, contenuti, contesto familiare e modalità d’uso.

Un dato interessante arriva dallo studio danese SCREENS, pubblicato nel 2024 su JAMA Network Open. In 89 famiglie, comprendenti 181 bambini e adolescenti, l’uso ricreativo degli schermi è stato ridotto per due settimane a non più di tre ore settimanali per persona. Rispetto al gruppo di controllo sono migliorate le difficoltà comportamentali complessive, soprattutto i sintomi internalizzanti e i comportamenti prosociali. L’effetto è stato di entità moderata.

È un segnale sperimentale rilevante, ma non una sentenza definitiva. Il campione era piccolo, l’intervento durava appena due settimane, le famiglie erano volontarie e motivate, gli esiti erano riferiti dai genitori, consapevoli del gruppo assegnato. Gli stessi autori avvertono che non sappiamo se i benefici persistano nel lungo periodo.

Un altro studio del 2025, condotto in 30 scuole secondarie inglesi su oltre 1.200 studenti e pubblicato su The Lancet Regional Health – Europe, non ha trovato migliori risultati di benessere mentale, sonno, attività fisica o rendimento nelle scuole con politiche più restrittive sui telefoni. Gli studenti li usavano meno durante le lezioni, ma il tempo complessivo giornaliero rimaneva elevato. Essendo uno studio osservazionale, non prova che i divieti siano inutili; mostra però che una regola confinata all’edificio scolastico difficilmente può compensare un ecosistema acceso per tutto il resto della giornata.

Il punto scientificamente più corretto è questo: ridurre l’esposizione può creare benefici, ma durata, contenuto, contesto e comportamento compulsivo non sono intercambiabili. Il cronometro da solo non basta, tuttavia ignorarlo sarebbe altrettanto miope.

Il danno più invisibile è ciò che gli schermi sostituiscono

Forse continuiamo a formulare male la domanda. Ci chiediamo che cosa facciano i social al cervello, ma meno spesso osserviamo che cosa tolgano alla giornata.

Ogni ora di esposizione non è necessariamente dannosa in sé. Diventa problematica quando sottrae sonno, movimento, conversazioni, noia creativa, lettura profonda, gioco non sorvegliato, silenzio e presenza. La vera unità di misura non dovrebbe essere soltanto il tempo davanti allo schermo, bensì il tempo di vita sostituito.

Una passeggiata non manda notifiche. Una conversazione non propone automaticamente il video successivo. Un libro non vibra per richiamarci dopo trenta secondi. La realtà, poverina, non dispone di un reparto marketing e parte svantaggiata.

Non solo minori: gli adulti devono smettere di chiamarsi fuori

Limitare i social ai ragazzi mentre gli adulti rimangono connessi senza tregua è una forma di ipocrisia educativa. I minori imparano più dall’ambiente che dai regolamenti. Se vedono genitori, insegnanti, politici e giornalisti vivere in stato di allerta permanente, capiranno che quella è la normalità e che la disconnessione è una punizione.

Serve invece un patto sociale tra generazioni. Le piattaforme devono eliminare le funzioni progettate per prolungare artificialmente la permanenza, offrire impostazioni protettive predefinite e rendere trasparenti i sistemi di raccomandazione. Le scuole devono insegnare non soltanto a usare gli strumenti digitali, ma anche a interromperne l’uso. Le famiglie devono stabilire tempi comuni, applicati anche agli adulti. I media tradizionali dovrebbero abbandonare l’idea che ogni minuto vada riempito da un flusso di allarme, commento e ripetizione.

Dal diritto alla connessione al diritto alla non connessione

Per anni abbiamo giustamente considerato l’accesso a Internet un elemento di inclusione sociale. Ora occorre aggiungere un diritto complementare: poter essere offline senza diventare invisibili, inadempienti o sospetti.

Significa servizi essenziali sempre disponibili, ma intrattenimento progettato con limiti; comunicazioni urgenti garantite, ma notifiche commerciali silenziate; tecnologia accessibile, ma non invasiva; IA come strumento, non come presenza obbligatoria in ogni gesto.

Le sei ore, allora, non sono una cifra magica né una prescrizione clinica. Sono una provocazione politica: se tutto è accessibile sempre, la libertà teorica di scegliere rischia di trasformarsi nell’obbligo pratico di restare collegati. Ridurre l’esposizione significa recuperare attenzione, e l’attenzione è la materia prima con cui costruiamo la nostra vita.

Vietare un social può chiudere una porta. Ma se l’intera casa rimane illuminata, rumorosa e connessa giorno e notte, il problema resta. Forse è arrivato il momento di abbassare il volume, spegnere qualche schermo e restituire alla realtà almeno una parte delle ore che le abbiamo sottratto.

In sintesi

I limiti di età possono proteggere i minori, ma non risolvono da soli l’esposizione continua ai media. Le evidenze sui danni dello “screen time” non sono uniformi, mentre risultano importanti contenuti, sonno, contesto e uso compulsivo. La proposta delle sei ore va letta come limite all’intrattenimento digitale e come diritto alla disconnessione, non come spegnimento di Internet. La misura più utile non è soltanto il tempo davanti allo schermo, ma il tempo sottratto a sonno, movimento, relazioni e vita reale.

Fonti

  1. Commissione europea, EU KIDS Act: proposta e soglie di accesso ai social per i minori, 17 settembre 2026.
  2. Commissione europea, Digital Services Act e protezione dei minori.
  3. Schmidt-Persson J. et al., Screen Media Use and Mental Health of Children and Adolescents: A Secondary Analysis of a Randomized Clinical TrialJAMA Network Open, 2024;7(7). DOI: 10.1001/jamanetworkopen.2024.19881.
  4. Goodyear V.A. et al., School phone policies and their association with mental wellbeing, phone use, and social media useThe Lancet Regional Health – Europe, 2025.

Hashtag: #BenessereDigitale #MinoriESocial #DirittoAllaDisconnessione #TempoAllaVita

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Di Roberto Lambertini

Roberto Lambertini è nato a Bologna il 4 settembre 1961. Fin da giovane è stato appassionato di lettura, libri e informazione.

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