Estratto

In democrazia ogni potere dovrebbe essere soggetto a controllo. Vale per la politica, per la magistratura, per la pubblica amministrazione. Ma cosa accade quando una valutazione medico-legale determina l’accesso, o il mancato accesso, a diritti fondamentali? Chi verifica che quelle decisioni siano coerenti, uniformi e realmente aderenti alla condizione della persona?

Un potere enorme, spesso invisibile

Quando si pensa alla sanità vengono in mente medici, infermieri, sale operatorie e ambulatori.

Raramente si pensa al medico legale.

Eppure, nel momento in cui si parla di invalidità civile, Legge 104, assegni, ausili, riabilitazione, contrassegni di parcheggio, pensioni o indennità, è proprio la medicina legale a diventare il crocevia delle decisioni.

Una firma può cambiare la quotidianità di una persona.

Oppure lasciarla immutata.

Curare e valutare sono due mestieri diversi

Il medico che ti segue vede l’evoluzione della malattia.

L’ortopedico osserva le radiografie, misura i progressi, prescrive la fisioterapia.

Il fisiatra valuta il recupero funzionale.

Il fisioterapista conosce ogni centimetro conquistato con fatica.

Il medico legale entra spesso in scena soltanto per una valutazione puntuale.

È inevitabile che il suo sguardo sia diverso.

Ma proprio per questo motivo dovrebbe riuscire a cogliere non soltanto ciò che emerge dai documenti, ma anche il loro significato concreto nella vita quotidiana.

Il problema delle valutazioni divergenti

Uno dei nodi più discussi riguarda la possibilità che enti diversi esprimano giudizi differenti sulla stessa persona.

Può accadere che una commissione riconosca una determinata limitazione e un’altra la valuti in modo diverso.

Può accadere che vengano richiesti nuovi certificati già implicitamente confermati dalla documentazione clinica.

Può accadere che il cittadino non riesca a comprendere perché due percorsi amministrativi producano esiti differenti.

Quando succede, il problema non è soltanto giuridico.

È un problema di fiducia nelle istituzioni.

La burocrazia non sente dolore

La carta non prova fatica.

Un fascicolo non conosce la paura di cadere.

Una pratica amministrativa non sente il dolore di un’anca operata.

Per questo il rischio è che il sistema finisca per valutare soprattutto la completezza dei documenti e sempre meno l’impatto reale della patologia sulla vita quotidiana.

La medicina, invece, nasce proprio per comprendere quel divario.

Il ricorso non dovrebbe essere la normalità

Il ricorso è una garanzia dello Stato di diritto.

Ma non dovrebbe diventare il passaggio quasi obbligato per ottenere ciò che appare ragionevole.

Ogni ricorso richiede tempo.

Denaro.

Nuove visite.

Nuovi certificati.

Nuove attese.

Chi è già fragile affronta così un secondo percorso, quello amministrativo, spesso altrettanto logorante.

Uniformità significa giustizia

La legge dovrebbe produrre risultati simili in situazioni simili.

Quando invece emergono differenze significative tra territori o commissioni, cresce la sensazione che il destino dipenda anche da chi esamina la pratica.

La discrezionalità è inevitabile.

L’arbitrarietà no.

Investire nella formazione continua, nel confronto tra commissioni e in criteri valutativi sempre più omogenei potrebbe ridurre queste differenze e rafforzare la fiducia dei cittadini.

Serve una medicina legale più vicina alla persona

La medicina legale non deve rinunciare al rigore.

Anzi.

Il rigore è essenziale.

Ma rigore non significa freddezza.

Una buona valutazione medico-legale dovrebbe riuscire a integrare dati clinici, osservazione diretta, funzionalità residua e contesto di vita.

Perché vivere al terzo piano senza ascensore non è la stessa cosa che abitare al piano terra.

Perché una limitazione temporanea di otto mesi può avere effetti devastanti quanto una condizione permanente.

Perché il diritto alla mobilità non dovrebbe dipendere soltanto dalla capacità di compilare un modulo.

Una domanda che riguarda tutti

Oggi può toccare a chi affronta una frattura.

Domani a chi combatte contro un tumore.

Dopodomani a una persona con una malattia neurologica o degenerativa.

La medicina legale non è una questione per pochi.

È uno dei punti in cui lo Stato incontra il cittadino nel momento della sua maggiore vulnerabilità.

Ed è proprio in quei momenti che si misura la qualità di un sistema sanitario.

Infine

Il tema non è mettere sotto accusa i medici legali, ma chiedere che le loro decisioni siano sempre più trasparenti, uniformi e comprensibili. Ogni valutazione ha effetti concreti sulla vita delle persone. Per questo servono criteri chiari, motivazioni dettagliate, possibilità di confronto e tempi compatibili con i bisogni reali di chi sta affrontando una malattia o una disabilità. Una sanità moderna non si giudica soltanto da come cura, ma anche da come riconosce i diritti di chi ha bisogno.

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Di Roberto Lambertini

Roberto Lambertini è nato a Bologna il 4 settembre 1961. Fin da giovane è stato appassionato di lettura, libri e informazione.

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