Nel nuovo romanzo attribuito a Ettore Fieramosca, due pazienti lungodegenti si parlano senza parole. Un’idea comica, sì, ma con un cuore sorprendentemente umano.

Di cosa parla “La camera delle scoregge”

L’idea è tanto semplice quanto sfrontata: due pazienti lungodegenti, confinati nella stessa stanza, inventano un sistema di comunicazione fatto di… aria. Non parole, non biglietti, non messaggi sul telefono. Scorregge. Una grammatica improvvisata, un codice tra disperazione e genio popolare, dove ogni “nota” ha un’intenzione: saluto, protesta, ironia, perfino conforto.

E qui sta il trucco narrativo, quello buono, quello da artigiano di storie. La risata arriva subito, inevitabile. Ma poi resta una domanda in sottofondo, come un ronzio gentile: cosa succede quando l’essere umano perde il controllo su tutto, tempi, corpo, privacy, e prova comunque a tenere in piedi una forma di libertà?


Perché questa storia fa ridere, e poi fa pensare

C’è una tradizione antica, quasi domestica, nel ridere delle cose che imbarazzano. In Italia lo sappiamo da sempre: a tavola, in famiglia, nei reparti, nei bar. Il corpo non è un nemico, è un coinquilino rumoroso. E “La camera delle scoregge” gioca proprio lì, nel punto in cui la vergogna si scioglie e lascia spazio a una strana forma di fraternità.

Nel romanzo, la “lingua” delle scorregge non è solo gag. È resistenza quotidiana. È dire: “Io ci sono”, anche quando tutto il resto ti riduce a un numero, a un letto, a un campanello che suona. In fondo, persino il suono più sciocco può diventare una bandiera, se serve a non scomparire.


I temi sotto la comicità

1. Solitudine e compagnia forzata
La lungodegenza è un tempo che si allunga, si ripete, si incolla addosso. Due persone, nello stesso spazio, possono diventare estranee o alleate. Qui diventano complici.

2. Comunicazione non verbale
Quando parlare stanca, quando spiegare pesa, quando perfino la voce sembra un lusso, restano i segni. In questo caso, segni… aromatici, ma pur sempre segni.

3. Dignità e pudore
Il romanzo scherza, ma tocca un nervo vero: in ospedale il pudore è spesso una coperta corta. La storia lo affronta di lato, con una pernacchia dell’anima.

4. Umorismo come difesa
Ridere non cura, certo. Però protegge. Come una vecchia giacca: non ferma l’inverno, ma ti aiuta ad attraversarlo.


Che tipo di libro è

“Grottesco” è la parola comoda, ma non basta. C’è una scrittura che sembra fare l’occhiolino al lettore, poi all’improvviso si fa seria, con quella serietà che non predica, osserva. Un passo da commedia, un passo da confessione. È una storia che si legge veloce, ma lascia un retrogusto lungo, come certe battute dette in cucina che fanno ridere tutti, e poi, quando sparecchi, ti accorgi che parlavano di te.


A chi può piacere

  • A chi ama la satira “sporca” ma non cattiva, quella che prende in giro senza umiliare.
  • A chi ha vissuto anche solo per un giorno la sensazione di corridoi lunghi, attese, notti spezzate.
  • A chi cerca un romanzo breve da consigliare con un sorriso: “Fidati, sembra una sciocchezza, invece no.”
  • A chi crede che la letteratura possa nascere ovunque, anche dove l’aria non è sempre… fresca.

Cosa ci insegna, senza fare la morale

Che l’essere umano è un animale narrativo. Se non può raccontarsi con le parole, si inventa un alfabeto alternativo. Perfino il corpo, quando sembra solo un problema, diventa strumento. E che l’amicizia, quella vera, spesso nasce da dettagli ridicoli, condivisi, inevitabili. È un patto tra fragili, un accordo tacito che dice: “Non ti lascio da solo nel tuo imbarazzo.”


Domande frequenti

È un libro volgare?
È esplicito nel tema, sì, ma la volgarità vera non sta nelle scorregge. Sta nello sguardo crudele. Qui lo sguardo, per quanto ironico, resta umano.

È solo comico?
No. La comicità è il veicolo. Dentro ci sono solitudine, tempo sospeso, dignità, amicizia.

Perché ambientarlo in una lungodegenza?
Perché la lungodegenza è un laboratorio di verità: lì le maschere scivolano, e il corpo detta legge. Perfetto per una satira che vuole colpire senza fare sermoni.


Chiusura, con un sorriso e un filo di poesia

In “La camera delle scoregge” la corsia non è solo un luogo di attesa, è un palcoscenico minimo dove due esseri umani si passano segnali come lucciole in una stanza buia. Si parla con quello che si ha, anche con l’aria, anche con il rumore. E forse, in questa storia apparentemente assurda, c’è una verità antica: quando tutto ti viene tolto, resta la possibilità di essere presenti, uno per l’altro. Con discrezione, con affetto, e con una risata che, per un attimo, fa sembrare il mondo meno pesante.

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Di Roberto Lambertini

Roberto Lambertini è nato a Bologna il 4 settembre 1961. Fin da giovane è stato appassionato di lettura, libri e informazione.

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