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Ricerca del futuro, umore del passato

Per anni ci siamo raccontati una storia rassicurante. Più articoli scientifici pubblichiamo, più avanza la conoscenza. Più riviste, più conferenze, più citazioni, più progresso. Eppure oggi, dietro il luccichio delle metriche, si intravede una crepa profonda.

Un recente rapporto globale di Elsevier su oltre 3 mila ricercatori, il “Researcher of the Future”, racconta una realtà tutt’altro che rosea. Il 68 per cento degli intervistati dichiara che la pressione a pubblicare è aumentata rispetto a due o tre anni fa; solo il 45 per cento afferma di avere tempo sufficiente per fare ricerca vera; un terzo appena si aspetta un aumento dei finanziamenti nel proprio settore nei prossimi anni, con il pessimismo più marcato proprio in Nord America ed Europa. (www.elsevier.com)

In altre parole, chiediamo ai ricercatori di correre sempre di più, mentre tagliamo la pista sotto i loro piedi.

Publish or perish, il mantra che diventa minaccia

Il motto “publish or perish”, pubblica o scompari, non è una battuta da corridoio universitario, ma un criterio non scritto che governa carriere, concorsi, finanziamenti, reputazione. Pubblicare tanto e spesso significa maggiori chance di ottenere una posizione, un grant, una promozione. Pubblicare su riviste ad alto impact factor e accumulare citazioni fa salire indici come l’h–index, ormai usati come numeretto magico per valutare un’intera vita di ricerca. (Grokipedia)

Il problema è che quando il numero di articoli diventa la bussola principale, il rischio di deragliare aumenta. Studi teorici e analisi empiriche mostrano che la pressione a pubblicare, se esasperata, può spingere verso comportamenti discutibili, dal selezionare solo risultati “belli” e positivi al disegnare studi troppo brevi e poco robusti, fino ai casi estremi di frode scientifica. (PMC)

Non stupisce allora che molti ricercatori, nelle indagini qualitative, ammettano di aver modificato protocolli, analisi, perfino interpretazioni, per “adattarsi” alle richieste implicite del sistema. La scienza lenta, paziente, che fa i conti con risultati inconcludenti e fallimenti, quella che costruisce mattoni solidi, rischia di diventare un lusso.

Meno tempo, più burocrazia, fondi in ritirata

All’aumento della pressione non corrisponde un aumento delle risorse, anzi. Nello stesso report, meno della metà dei ricercatori dichiara di avere il tempo necessario per fare ricerca, mentre incombono riunioni, rendiconti, bandi da scrivere, corsi da tenere, revisioni da fare per le riviste altrui. (Assets)

Sul fronte dei finanziamenti il quadro non migliora. Solo un terzo degli intervistati si aspetta più fondi nei prossimi anni, e in alcune regioni questa percentuale crolla a poco più di un decimo. (academica.ca) In parallelo, il costo di pubblicazione, soprattutto nei modelli ad accesso aperto con article processing charges, continua a pesare sui budget di gruppi e istituzioni. (Kvramakrishnarao’s Blog)

Risultato: si progettano studi più brevi, più economici, meno approfonditi, per “fare numero” e restare competitivi. Progetti su orizzonti lunghi, ripetizioni di esperimenti per verificarne la robustezza, studi negativi ma informativi, faticano a trovare spazio.

È la logica del fast food applicata alla scienza, con la differenza che qui non si tratta di una cena indigesta, ma di conoscenze fragili destinate a guidare politiche, cure, tecnologie.

Metriche, citazioni, impact factor, il gioco delle tre carte

In questo scenario, “giocare” con le metriche bibliografiche diventa quasi inevitabile. Scelte di riviste guidate più dalla possibilità di accumulare citazioni che dalla coerenza scientifica, autopromozione aggressiva dei propri articoli, frammentazione dei risultati in più pubblicazioni minori, salti tra co–autorie seriali e special issue dai confini labili.

L’esplosione di riviste e articoli è sotto gli occhi di tutti. Negli ultimi anni il numero di lavori scientifici pubblicati è cresciuto in modo vertiginoso, mettendo sotto stress il sistema di peer review e alimentando il sospetto che non tutta questa produzione aggiunga davvero conoscenza utile. (The Guardian)

Si affacciano anche fenomeni più inquietanti, come i “paper mill” che vendono articoli prefabbricati e l’uso distorto di strumenti di intelligenza artificiale per generare manoscritti di bassa qualità o addirittura falsi, fino a un’ondata stimata di decine di migliaia di articoli fasulli ogni anno in alcuni settori. (Financial Times)

In questo mare affollato, distinguere la buona ricerca dal rumore di fondo diventa sempre più difficile, per i ricercatori e ancora di più per i cittadini.

Quando la fiducia nella scienza vacilla

Paradossalmente, la stessa corsa alle pubblicazioni rischia di erodere ciò che dovrebbe proteggere, la fiducia nella scienza.

Da un lato, il pubblico assiste a scandali di articoli ritirati, immagini manipolate, dati non riproducibili. Dall’altro, vede uscire studi in apparente contraddizione su temi sensibili, dalla nutrizione ai vaccini, senza avere gli strumenti per valutare quali risultati siano più solidi. Quando l’offerta di articoli cresce più in larghezza che in profondità, anche il messaggio che arriva alle persone diventa confuso.

Eppure la stessa indagine di Elsevier mostra che tre ricercatori su quattro continuano a considerare la letteratura peer reviewed nel complesso affidabile e il processo di revisione tra pari come un pilastro dell’integrità scientifica. (Assets)

In altre parole, chi fa ricerca crede ancora nel valore del proprio lavoro e del sistema, ma ne vede chiaramente i limiti attuali. Come dire, la casa è buona, ma va ristrutturata, e in fretta.

Tornare alla qualità, senza nostalgia ma con memoria

La soluzione non è tornare a un’epoca mitica in cui i professori scrivevano a macchina un articolo ogni cinque anni, chiusi nella torre d’avorio. La scienza di oggi è per forza più veloce, più collaborativa, più globale. Ma una memoria del passato può aiutarci a non perdere del tutto la bussola.

Alcuni punti chiave emergono sempre più spesso nelle proposte di riforma: (Science Europe)

  • valutare ricercatori e progetti non solo per il numero di articoli e citazioni, ma per la qualità, la trasparenza dei dati, l’impatto reale sul campo
  • dare valore agli studi di replicazione, ai dati negativi, al lavoro paziente che verifica e consolida, invece di premiare solo il risultato “sorprendente”
  • sostenere modelli di pubblicazione meno dipendenti dalle logiche puramente commerciali, con costi di accesso e di pubblicazione più equi
  • riconoscere il tempo speso in peer review, mentoring, divulgazione, come parte integrante del lavoro di ricerca
  • investire in formazione su integrità scientifica e uso responsabile dell’intelligenza artificiale, perché gli strumenti non diventino scorciatoie, ma alleati.

Ricerca del futuro, scelta del presente

La fotografia offerta dall’indagine di Elsevier non è una condanna inevitabile, ma un avvertimento. Se continuiamo a chiedere ai ricercatori di essere contemporaneamente atleti da medaglia in pista e burocrati da scrivania, produttori seriali di articoli e garanti assoluti dell’integrità, qualcosa si spezzerà.

La domanda quindi non è solo “quanti articoli pubblichiamo”, ma “quale scienza vogliamo avere tra dieci, venti anni”. Una scienza veloce, rumorosa, che sforna paper come se fossero post, o una scienza che sa ancora prendersi il tempo di dubitare, replicare, correggere, spiegare.

Il futuro della ricerca non si costruisce in un giorno, né in una singola call per progetti. Si decide, silenziosamente, nelle regole con cui premiamo o penalizziamo i ricercatori, nel valore che diamo al tempo lungo del pensiero rispetto al tempo breve della performance.

In fondo, la vera innovazione, spesso, è un gesto antico. Sedersi, studiare, osservare, discutere, correggere, e solo alla fine, scrivere.


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Di Roberto Lambertini

Roberto Lambertini è nato a Bologna il 4 settembre 1961. Fin da giovane è stato appassionato di lettura, libri e informazione.

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