Undici esperti hanno indicato il memoir che ha incrinato una loro certezza. Da Simone de Beauvoir a Joan Didion, passando per migrazione, autismo, lutto, giornalismo e diritti civili. Forse leggiamo le vite degli altri proprio per comprendere meglio la nostra.
Estratto: Ci sono libri che intrattengono, libri che informano e libri che, senza chiedere permesso, spostano qualche mobile nella nostra testa. Undici accademici hanno raccontato a The Conversation quale memoir ha cambiato il loro modo di guardare identità, dolore, libertà, malattia, giornalismo e società. Il risultato è anche una piccola lezione sul perché continuiamo ad avere bisogno delle storie vere.
Ci sono libri che finiscono all’ultima pagina e libri che continuano dentro di noi
Una volta i libri si tenevano sul comodino, nello scaffale del salotto o dentro una borsa. Oggi possono stare in un Kindle, nello smartphone, essere ascoltati mentre si cammina o si prepara la cena. È cambiato il contenitore, non il miracolo.
A volte leggiamo una frase e qualcosa si sposta.
Non necessariamente cambiamo opinione all’istante. Non diventiamo improvvisamente persone nuove, sarebbe comodo, ma probabilmente sospetto. Piuttosto compare una crepa in una convinzione che davamo per scontata.
È questa l’idea da cui parte un interessante articolo pubblicato il 28 agosto 2026 da The Conversation: undici accademici sono stati invitati a indicare un memoir, un’autobiografia o una memoria personale capace di modificare in modo duraturo il loro modo di vedere qualcosa. (inkl)
La cosa sorprendente è che non emerge un unico genere di trasformazione. C’è chi cambia idea sull’identità, chi sulla malattia mentale, chi sul giornalismo, chi sulla discriminazione, chi sul lutto.
Come accade nella vita vera, insomma. Fortunatamente non esiste ancora il manuale universale di istruzioni per esseri umani.
Perché le storie vere riescono ad arrivare dove i fatti qualche volta non arrivano
Un dato statistico ci dice quante persone vivono una determinata esperienza. Una biografia può mostrarci che cosa significa essere una di quelle persone.
La differenza non è piccola.
Alcuni studi sperimentali suggeriscono che leggere una narrazione assumendo il punto di vista di un’altra persona può aumentare temporaneamente empatia e perspective-taking, cioè la capacità di considerare una situazione dalla prospettiva altrui. In un esperimento randomizzato su 194 partecipanti, leggere o scrivere una storia relativa a un comportamento sanitario socialmente disapprovato ha aumentato empatia, capacità di assumere la prospettiva del protagonista e atteggiamenti più favorevoli nei suoi confronti rispetto alla condizione di controllo. Naturalmente questo non significa che ogni memoir ci renda automaticamente migliori. Magari fosse così, basterebbe una tessera della biblioteca per risolvere metà dei problemi dell’umanità. (PubMed)
Una review del 2026 sottolinea inoltre come memoria autobiografica, narrazione, identità ed empatia siano processi strettamente intrecciati, pur ricordando che le prove non sono uniformi e che molti meccanismi causali devono ancora essere chiariti. (PubMed)
Il punto, quindi, non è trasformare la letteratura in una pillola.
È qualcosa di più antico e forse più prezioso: per qualche ora possiamo abitare la vita di qualcun altro.
Undici libri, undici porte da aprire
La selezione proposta dagli studiosi è particolarmente interessante perché attraversa epoche e temi molto diversi.
- Memoirs of a Dutiful Daughter, Simone de Beauvoir, 1958. Katayoun Shahandeh racconta di avere compreso attraverso Beauvoir che l’identità non è necessariamente un nucleo già pronto da scoprire, ma qualcosa che costruiamo anche liberandoci dalle aspettative ricevute dalla famiglia e dalla società. (inkl)
- An Autobiography, R.G. Collingwood, 1939. Il filosofo e archeologo britannico diventa occasione per riflettere sul fatto che persino le idee apparentemente più astratte nascono dentro una storia, una cultura, un momento politico. Nessuno pensa davvero da un luogo neutrale. (inkl)
- Moving Zen: Karate as a Way to Gentleness, C.W. Nicol, 1975. Qui un libro diventa possibilità. Lyn Jehu racconta come la lettura gli fece immaginare una vita più grande dei confini sociali nei quali era cresciuto. Non più soltanto ciò che sembrava possibile, ma ciò che avrebbe potuto diventarlo. (inkl)
- On Agoraphobia, Graham Caveney, 2022. È forse uno dei casi più forti. La filosofa Sarah Richmond racconta come la testimonianza di Caveney abbia modificato la sua percezione dell’agorafobia e persino delle capacità della medicina di comprenderla pienamente. UCL ha dedicato un approfondimento specifico alla sua scelta. (University College London)
- Sugar and Slate, Charlotte Williams, 2002. Un memoir sull’essere gallese e guyanese, sul colonialismo, sull’appartenenza e sulla difficoltà di racchiudere un’identità plurale dentro una sola casella. (inkl)
- Waterlog, Roger Deakin, 1999. Nuotare nei fiumi, nei laghi e nei canali britannici diventa un modo per riscoprire il rapporto fisico con la natura. Un libro che ha contribuito anche alla diffusione del cosiddetto wild swimming nel Regno Unito. (inkl)
- The Journalist and the Murderer, Janet Malcolm, 1989. Qui la crepa riguarda il mestiere del giornalista. Simon Hinde ricorda come il libro lo abbia costretto a interrogarsi sull’etica della relazione fra chi racconta una storia e chi viene raccontato. Domanda vecchia quanto il giornalismo, ma nell’epoca dei social, dei titoli acchiappa clic e dei processi celebrati online sembra scritta stamattina. (inkl)
- Equal Justice Under Law, Constance Baker Motley, 1998. La vicenda della grande avvocata afroamericana, protagonista delle battaglie legali contro la segregazione negli Stati Uniti, diventa per Fareda Banda una storia di dignità, perseveranza e diritti civili. Motley lavorò anche su casi legati alla desegregazione universitaria e rappresentò Martin Luther King Jr. (inkl)
- The Year of Magical Thinking, Joan Didion, 2005. Una delle grandi opere contemporanee sul lutto. Didion racconta l’anno successivo alla morte improvvisa del marito John Gregory Dunne, mentre la figlia Quintana si trovava gravemente malata. Per Jade King il libro mostra come la scrittura possa diventare anche uno strumento per attraversare l’assenza e comprendere la strana geometria del tempo dopo una perdita. (inkl)
- Vietnamerica, GB Tran, 2010. Una graphic memoir sulla memoria familiare vietnamita-americana, sulla migrazione e su come la grande Storia possa apparire molto diversa quando viene osservata attraverso le piccole storie delle famiglie. (inkl)
- Invisible Differences, Julie Dachez e Mademoiselle Caroline, 2016. Una graphic memoir sull’autismo femminile e sulla diagnosi tardiva. Per Cassia Hayward-Fitch la lettura fu decisiva nel mettere in discussione un’immagine stereotipata dell’autismo e nell’avviare una successiva ricerca personale e scientifica sull’argomento. (inkl)
La memoria privata può correggere la memoria pubblica
Fra queste undici opere emerge un filo comune.
La grande Storia ama le categorie. Guerre, migrazioni, emancipazione, malattie, discriminazioni, movimenti politici.
Le persone, invece, vivono al singolare.
Una guerra è anche la fotografia rimasta dentro un cassetto. Una migrazione è una lingua parlata a tavola e un’altra imparata fuori casa. Una malattia è una diagnosi, ma è anche il modo in cui cambia una mattina qualsiasi. Una discriminazione può diventare una sentenza della Corte Suprema, ma prima è stata qualcuno a cui è stato detto: tu qui non puoi entrare.
Il memoir compie proprio questa operazione. Riporta la Storia dal maiuscolo al minuscolo e, paradossalmente, così facendo la rende più grande.
Cambiare idea non significa essere incoerenti
Viviamo in un’epoca nella quale cambiare opinione viene facilmente interpretato come debolezza.
Nel dibattito politico, sui social e persino nelle conversazioni quotidiane siamo incoraggiati a scegliere una posizione, difenderla e possibilmente non arretrare di un centimetro.
Ma una mente che non cambia mai potrebbe non essere una mente particolarmente forte. Potrebbe semplicemente essere una porta chiusa molto bene.
Leggere serve anche a questo: incontrare informazioni, vite e prospettive capaci di obbligarci a rivalutare ciò che credevamo ovvio.
Non significa credere automaticamente a chiunque racconti la propria esperienza. Una memoria personale resta una prospettiva individuale, selettiva, costruita attraverso il ricordo.
Proprio per questo è preziosa.
Non dice: questa è tutta la verità.
Dice piuttosto: da qui, il mondo appariva così.
E per qualche centinaio di pagine possiamo guardarlo dallo stesso punto.
Forse il libro migliore è quello che ci contraddice
Quando scegliamo cosa leggere tendiamo comprensibilmente ad avvicinarci a ciò che già conosciamo e amiamo.
Eppure potrebbe essere utile, ogni tanto, applicare alla libreria una piccola quota di disordine.
Leggere qualcuno che appartiene a una generazione diversa. Una persona cresciuta dall’altra parte del mondo. Chi ha vissuto una malattia che non conosciamo. Chi sostiene qualcosa che inizialmente ci irrita.
Non perché dobbiamo uscirne convertiti.
Possiamo terminare l’ultima pagina mantenendo esattamente la stessa opinione.
Ma se per arrivarci abbiamo dovuto interrogarla, quella convinzione sarà almeno diventata veramente nostra.
Ed è forse questo il potere più elegante dei libri di memorie.
Non ci dicono necessariamente cosa pensare.
Ci ricordano che possiamo ancora ripensare.
In sintesi
I memoir scelti dagli undici studiosi di The Conversation parlano di identità, filosofia, possibilità personali, agorafobia, appartenenza culturale, natura, etica giornalistica, diritti civili, lutto, migrazione e autismo. Non esiste dunque un solo tipo di libro capace di cambiare una prospettiva. Esiste piuttosto un meccanismo comune: entrare temporaneamente nella vita di un’altra persona può costringerci a osservare da un’angolazione nuova ciò che credevamo già di conoscere.
La scienza suggerisce che le narrazioni possono favorire empatia e perspective-taking, ma non esiste alcuna formula automatica. Il valore della lettura rimane proprio nella sua imprevedibilità. Apriamo un libro pensando di incontrare qualcun altro e qualche volta, fra una pagina e l’altra, troviamo una versione diversa di noi stessi.
Fonte principale: The Conversation, “The memoir that changed my mind, 11 experts share a perspective-shifting read”, 28 agosto 2026. (inkl)
Approfondimento scientifico: ricerca sperimentale sull’effetto della lettura narrativa su empatia e perspective-taking. (PubMed)
Hashtag: #Libri #Memoir #Lettura #Cultura
La leva editoriale più forte, secondo me, è la frase finale: non tanto “quali libri dobbiamo leggere?”, quanto “qual è l’ultimo libro che ci ha costretto a cambiare idea?”. Funziona bene anche come domanda per Facebook e LinkedIn, perché invita il lettore a portare la propria storia nella discussione.
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