Nato a Bologna in una sera di fine estate (PubMed) partire dalla data di nascita, lasciare da parte le profezie e cercare, nelle tracce di una vita, la parola che più mi assomiglia.
Estratto:
Il 4 settembre 2026 compirò 65 anni. Sono nato a Bologna il 4 settembre 1961 alle 19.25, un lunedì sera di fine estate. Ma può una data raccontare chi siamo? E se davvero dovessi comprimere la mia personalità dentro una sola parola, quale sceglierei? Non l’ho cercata nelle stelle, ma nelle tracce lasciate lungo la strada.
Il 4 settembre torna ogni anno, ma non è mai lo stesso giorno
Ci sono date che sul calendario sembrano semplici numeri e invece, quando ci appartengono, diventano piccoli confini della geografia personale.
La mia è il 4 settembre.
Sono nato a Bologna il 4 settembre 1961 alle ore 19.25. Era un lunedì. Sessantacinque anni dopo, almeno secondo l’aritmetica anagrafica che non concede sconti neppure ai nostalgici, quella data torna a bussare alla porta.
Sessantacinque.
Una cifra che da ragazzi sembra appartenere a un continente lontanissimo. Poi, con una certa insolenza, quel continente viene verso di noi.
Eppure il compleanno, più che celebrare quanto tempo è passato, può diventare un buon momento per chiedersi che cosa sia rimasto.
Che cosa mi distingue?
Quale filo attraversa gli anni, i cambiamenti, le persone incontrate, gli errori, le passioni, le delusioni, le cose iniziate e quelle caparbiamente continuate?
E soprattutto: se la personalità di una persona dovesse essere descritta con una sola parola, quale sarebbe la mia?
La mia risposta è: tenace.
Ma prima di arrivarci vale la pena fare una deviazione.
Sono nato il 4 settembre: questo determina la mia personalità?
La risposta scientificamente corretta è semplice: no.
La data e l’ora di nascita possono avere un enorme valore affettivo, simbolico, familiare e narrativo, ma non costituiscono un metodo scientificamente valido per ricostruire la personalità di un individuo.
Chi nasce il 4 settembre appartiene, secondo l’astrologia occidentale, al segno della Vergine. Da qui potrebbero partire descrizioni riguardanti precisione, concretezza, senso critico, attenzione ai particolari.
Alcune potrebbero perfino sembrarmi azzeccate.
Ed è proprio qui che la faccenda diventa interessante.
La psicologia conosce infatti il cosiddetto effetto Barnum, o effetto Forer: tendiamo a riconoscerci in descrizioni abbastanza generiche da poter essere applicate a moltissime persone, soprattutto quando crediamo siano state formulate appositamente per noi. (Dizionario APA di Psicologia)
Uno dei più noti studi sperimentali sull’astrologia, pubblicato su Nature, sottopose proprio la capacità delle carte natali di descrivere la personalità a un test in doppio cieco. I risultati non fornirono il sostegno che sarebbe necessario per considerare l’astrologia uno strumento affidabile di valutazione psicologica. (Nature)
Insomma, possiamo giocare con i segni zodiacali. Possiamo sorridere quando ci riconosciamo. Possiamo persino usarli come spunto letterario.
Ma le stelle non compilano il nostro curriculum psicologico.
Per fortuna, aggiungerei. Sarebbe piuttosto deprimente scoprire che miliardi di vite irripetibili sono state distribuite in dodici pratici cassetti cosmici.
Come descrive la personalità la psicologia?
La ricerca contemporanea preferisce parlare di dimensioni della personalità.
Uno dei modelli maggiormente studiati è quello dei Big Five, che considera cinque grandi aree: apertura all’esperienza, coscienziosità, estroversione, gradevolezza e stabilità emotiva, spesso espressa attraverso il suo opposto, il nevroticismo.
Non sono caselle nelle quali veniamo rinchiusi. Sono piuttosto coordinate.
E soprattutto non restano necessariamente identiche per tutta la vita.
Gli studi longitudinali mostrano infatti una combinazione affascinante di continuità e cambiamento. Molti tratti mantengono una discreta stabilità nel tempo, ma esperienze, età e circostanze possono modificarne l’espressione. (PubMed)
Uno studio longitudinale su adulti seguito per dodici anni, per esempio, ha trovato una considerevole stabilità relativa dei tratti Big Five, insieme a cambiamenti graduali nel corso dell’età adulta. (PubMed)
Tradotto dal linguaggio accademico alla vita quotidiana: restiamo in parte noi stessi, ma non siamo mai esattamente la stessa persona.
Mi sembra una definizione assai più credibile dell’esistenza.
Quindi cosa si può davvero tracciare di me?
Non posso dedurre chi sono dalle 19.25 di quel 4 settembre.
Posso però guardare ciò che è venuto dopo.
C’è Bologna, innanzitutto. Non soltanto come luogo di nascita, ma come scenario permanente, deposito di memoria, ironia, linguaggio, appartenenza.
Poi c’è la curiosità.
Negli anni ho continuato a cercare argomenti, leggere, scrivere, interrogare la ricerca scientifica, osservare la società, occuparmi di tecnologia, cultura, informazione. Ho aperto blog, scritto libri, sperimentato con la musica e con nuovi strumenti digitali.
Non esattamente il comportamento di chi, raggiunta una certa età, decide di sistemarsi metaforicamente sulla panchina e aspettare i piccioni.
C’è anche una certa diffidenza verso le verità preconfezionate.
Preferisco chiedere: dove sono le prove?
È probabilmente per questo che, persino in un articolo dedicato al mio compleanno, parto dal segno zodiacale e finisco dentro PubMed.
Ognuno festeggia come può.
La mia personalità in una parola: tenace
Se dovessi scegliere una sola parola, dunque, sceglierei tenace.
Non perché racchiuda tutto.
Nessuna parola potrebbe farlo.
Una persona non è un hashtag.
Ma la tenacia mi sembra descrivere bene il movimento che continua a tornare nella mia storia: andare avanti, rimettere mano alle cose, ricominciare, cercare ancora, produrre qualcosa, non considerare concluso ciò che può ancora trasformarsi.
La tenacia non coincide con l’ottimismo.
Questa distinzione mi piace.
L’ottimista pensa che domani andrà meglio.
Il tenace, qualche volta, sospetta tranquillamente che domani potrebbe andare malissimo, però mette ugualmente la sveglia.
È una virtù meno scintillante, forse più emiliana.
Non promette miracoli. Si presenta al lavoro.
Perché non sceglierei “resiliente”
Oggi la parola resilienza viene utilizzata ovunque. Persone resilienti, aziende resilienti, città resilienti, materassi probabilmente resilienti.
È diventata quasi un obbligo morale.
Per questo preferisco tenace.
La resilienza suggerisce soprattutto la capacità di assorbire un urto e recuperare. La tenacia contiene qualcosa di diverso: la scelta di continuare a esercitare una volontà nel tempo.
Non significa non cadere.
Non significa non sbagliare.
Non significa essere invulnerabili.
Significa restare in rapporto con la vita anche quando sarebbe più semplice limitarsi a guardarla passare.
E forse è proprio questa la traccia che riconosco maggiormente.
A 65 anni la personalità è ormai definitiva?
Nemmeno questo sembra essere vero.
La ricerca sulla personalità adulta mostra che la stabilità tende a essere importante, ma non assoluta. Anche nella maturità e nell’età avanzata possono verificarsi cambiamenti nei tratti e nel modo in cui essi vengono espressi. (PubMed)
Questa idea mi piace parecchio.
Perché significa che compiere 65 anni non equivale ad arrivare alla versione definitiva del software.
Qualche aggiornamento resta possibile.
Possibilmente evitando quello che blocca il sistema al 97 per cento.
La vecchiaia, se vogliamo chiamarla così, non dovrebbe essere soltanto il tempo dei ricordi. Può essere anche quello delle reinterpretazioni.
Si può prendere ciò che si è stati e leggerlo diversamente.
Si possono cambiare opinioni.
Si può imparare.
Si può creare qualcosa che a vent’anni non avremmo nemmeno saputo immaginare.
Che cosa racconta allora davvero il 4 settembre?
Il 4 settembre non racconta la mia personalità.
Racconta il punto dal quale tutto è partito.
Bologna, 1961, ore 19.25.
Il resto è stato scritto dopo, lentamente, con calligrafia spesso incerta.
La nostra identità non si trova interamente nel certificato di nascita. È fatta di abitudini, relazioni, paure, desideri, decisioni, coincidenze, cadute, ripartenze e soprattutto delle interpretazioni che continuiamo a dare a ciò che ci accade.
Per questo, arrivando al mio sessantacinquesimo 4 settembre, non chiederei alle stelle chi sono.
Guarderei piuttosto indietro.
Non per nostalgia, ma per cercare la costante.
Ed eccola.
Tenace.
Una parola sola non basta a raccontare un uomo.
Ma qualche volta basta per riconoscerne il passo.
Domande rapide
Qual è la mia personalità in una sola parola?
Tenace. Non come diagnosi psicologica, ma come sintesi narrativa del modo in cui continuo a cercare, creare, scrivere e rimettermi in movimento.
Essere nato il 4 settembre influenza scientificamente la personalità?
Non esistono prove convincenti che il segno zodiacale o la carta natale possano determinare o descrivere accuratamente la personalità. Un celebre test in doppio cieco pubblicato su Nature non confermò le capacità predittive attribuite all’astrologia. (Nature)
La personalità cambia con l’età?
Sì, almeno in parte. Gli studi longitudinali mostrano sia stabilità sia cambiamenti dei tratti di personalità durante l’età adulta. (PubMed)
Fonti per approfondire
La definizione dell’effetto Barnum è consultabile nell’American Psychological Association. APA Dictionary, Barnum effect
Il classico studio sperimentale di Shawn Carlson sull’astrologia è stato pubblicato su Nature. Nature, A double-blind test of astrology
Per l’evoluzione della personalità durante la vita adulta si possono consultare gli studi longitudinali indicizzati in PubMed. PubMed, Stability and change of personality across the life course
In sintesi
Data di partenza: 4 settembre 1961, Bologna, ore 19.25.
Età il 4 settembre 2026: 65 anni.
Segno zodiacale: Vergine, interessante come simbolo culturale, non come strumento scientifico di analisi della personalità.
Cosa dice la scienza: la personalità è multidimensionale, presenta una notevole continuità nel tempo ma può cambiare anche durante l’età adulta.
La mia parola: TENACE.
Non perché una parola possa contenere sessantacinque anni di vita, ma perché tra curiosità, scrittura, idee, progetti e ripartenze, la costante sembra essere una: continuare.
E forse, alla fine, un compleanno serve soprattutto a questo.
Non a contare gli anni trascorsi, ma a capire quale verbo continuiamo a coniugare.
Il mio, per ora, resta: andare.
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