"Le escursioni nella natura possono aiutare a prevenire la solitudine, perché queste esperienze favoriscono un senso di appartenenza", afferma la ricercatrice Sindre Johan Cottis Hoff, dell'Università norvegese di scienza e tecnologia (NTNU). Qui a bordo della DS Skibladner sul lago Mjøsa, vicino a Gjøvik, in Norvegia. Credito Foto: Bjørn Kvaal, NTNU"Le escursioni nella natura possono aiutare a prevenire la solitudine, perché queste esperienze favoriscono un senso di appartenenza", afferma la ricercatrice Sindre Johan Cottis Hoff, dell'Università norvegese di scienza e tecnologia (NTNU). Qui a bordo della DS Skibladner sul lago Mjøsa, vicino a Gjøvik, in Norvegia. Credito Foto: Bjørn Kvaal, NTNU

Non basta uscire di casa, conta come guardiamo il mondo: uno studio norvegese collega la connessione con la natura a una minore sensazione di solitudine

Abstract:
Quando ci sentiamo soli, d’istinto cerchiamo rumore, compagnia, distrazione. Eppure, a volte, una risposta più sobria e antica può arrivare da una passeggiata nel verde. Un nuovo studio norvegese suggerisce che il contatto con la natura, soprattutto se vissuto con attenzione e presenza, può avere un effetto protettivo contro la solitudine. (ScienceDirect)

Una passeggiata nella natura può aiutare a sentirsi meno soli? La risposta più corretta, alla luce dei dati, è questa: può aiutare, ma non in modo magico né automatico. Nel 2026 uno studio pubblicato su Health & Place ha analizzato i dati di 2.544 persone che vivono attorno al lago Mjøsa, in Norvegia, rilevando che le attività svolte in ambienti naturali erano associate a una minore solitudine soprattutto attraverso due fattori, la connessione con la natura e l’attaccamento al luogo. L’associazione risultava persino più forte quando quelle attività venivano svolte da soli. (ScienceDirect)

La natura non sostituisce le relazioni, ma allarga il senso di appartenenza

Per anni la solitudine è stata letta quasi solo come assenza di rapporti umani. È una parte del problema, certo, ma non tutta la storia. La ricerca norvegese aggiunge un tassello prezioso: sentirsi parte di qualcosa non riguarda soltanto i gruppi, le chat, le tavolate o gli inviti del sabato sera. Riguarda anche il rapporto con ciò che ci circonda. Un sentiero, un lago, il profilo degli alberi, la luce che cambia nel pomeriggio. In altre parole, il luogo non è solo sfondo, può diventare presenza.

È qui che la natura compie il suo gesto più silenzioso. Non parla, non giudica, non pretende performance. Ti accoglie così come sei, spettinato nei pensieri, magari anche un po’ stanco di fingere di stare bene. Ed è proprio questo uno dei motivi per cui il contatto con gli ambienti naturali può alleggerire la percezione di isolamento. Lo studio parla di un effetto mediato dal senso di connessione, non di una cura miracolosa, ma il messaggio resta forte: appartenere non significa solo essere con qualcuno, significa anche sentirsi dentro un mondo che ti contiene. (ScienceDirect)

Fare jogging non basta, il punto è accorgersi

C’è poi un passaggio molto interessante, e quasi controintuitivo. Non basta “fare attività” all’aperto come fosse una casella da spuntare. Il semplice esercizio fisico in natura, per esempio la corsa, non produce necessariamente lo stesso effetto. Perché? Perché spesso l’attenzione si sposta sulla prestazione, sul ritmo, sul fiato, sui dati dell’orologio, invece che sull’ambiente circostante. Detto in modo meno accademico, il bosco non fa miracoli se noi ci passiamo dentro come un corriere espresso. (ScienceDirect)

Secondo i ricercatori, ciò che conta davvero è il modo in cui si presta attenzione ai dettagli. I suoni, la luce, l’orizzonte, l’acqua, le foglie, la consistenza della terra sotto i piedi. La natura diventa risorsa quando viene percepita, non semplicemente attraversata. Anche per questo le attività più quiete, come camminare lungo l’acqua o semplicemente sostare in riva al lago, sono emerse come particolarmente significative nell’esperienza degli intervistati. (ScienceDirect)

Stare da soli non è sempre un male

Uno dei risultati più belli, e forse più liberanti, riguarda proprio la solitudine vissuta in prima persona. La ricerca suggerisce che fare attività nella natura da soli non peggiora il problema, anzi, può rafforzare l’effetto benefico se quella solitudine diventa osservazione, contatto, ascolto. È una distinzione sottile ma essenziale: essere soli non coincide sempre con il sentirsi soli. (ScienceDirect)

In tempi in cui tutto sembra dover essere condiviso, raccontato, fotografato, geolocalizzato, questa conclusione ha quasi il sapore di una piccola rivincita del silenzio. Uscire da soli, senza cuffie, senza fretta, senza l’ansia di trasformare ogni passo in contenuto, può diventare un gesto di igiene interiore. Non spettacolare, non eroico, ma profondamente umano.

Perché questo tema riguarda la salute pubblica

La questione non è romantica soltanto, è sociale. Il governo norvegese riconosce la solitudine e l’isolamento sociale come una delle principali sfide di salute pubblica, ricordando che circa il 15 per cento della popolazione riferisce di sentirsi spesso sola. In questo quadro, preservare e rendere accessibili gli spazi naturali non è un lusso paesaggistico, è una scelta che tocca benessere, qualità della vita e prevenzione. (Regjeringen.no)

Lo studio del lago Mjøsa va proprio in questa direzione. Se gli ambienti naturali aiutano le persone a sentirsi più connesse, allora distruggerli, ridurli o renderli difficilmente accessibili può avere un costo sociale più alto di quanto immaginiamo. Non tutto ciò che conta si misura in cemento versato o in metri quadri edificati. Alcune ricchezze producono valore proprio perché ci permettono di respirare, appartenere, ritrovare un centro.

Cosa possiamo imparare, nella vita di tutti i giorni

La lezione più utile di questa ricerca è semplice, e per questo preziosa. Quando ci sentiamo sfilacciati, marginali, fuori asse, può essere sensato fare una cosa elementare: uscire. Andare verso un parco, un argine, un bosco, un giardino, una riva. Camminare senza trasformare tutto in prestazione. Guardare davvero. Notare tre cose belle. Lasciare che il paesaggio, piano piano, smetta di essere esterno e torni a essere relazione.

Non è una ricetta universale. Non sostituisce gli affetti, né il sostegno psicologico quando la sofferenza diventa intensa o persistente. Però può essere un inizio concreto, sobrio, accessibile. In un’epoca che offre mille connessioni e spesso pochissimo contatto, la natura ci ricorda una verità antica: a volte il primo antidoto alla solitudine non è riempire il vuoto, ma tornare a sentire che il mondo, attorno a noi, è ancora vivo.

In sintesi

Sì, una passeggiata nella natura può aiutare a prevenire o alleggerire la solitudine, secondo un recente studio norvegese. Ma il beneficio non dipende solo dal fatto di stare all’aperto. Dipende dalla qualità della presenza, dall’attenzione ai dettagli, dal senso di connessione con la natura e con i luoghi. Non conta soltanto muoversi, conta accorgersi. E in certi giorni, credimi, è già una forma di cura. (ScienceDirect)

Fonti essenziali: studio pubblicato su Health & Place nel 2026, profilo accademico NTNU dell’autore, approfondimento divulgativo di Science Norway, documentazione del governo norvegese sulla solitudine come questione di salute pubblica. (ScienceDirect)

Hashtag:
#Solitudine #Natura #SaluteMentale #Benessere

...

Di Roberto Lambertini

Roberto Lambertini è nato a Bologna il 4 settembre 1961. Fin da giovane è stato appassionato di lettura, libri e informazione.

Rispondi