Una testimonianza rilanciata da HuffPost racconta il sollievo ottenuto con la terapia delle sanguisughe. Ma tra medicina antica, usi moderni e prove scientifiche, conviene distinguere bene la speranza dalla scorciatoia.

Estratto: Una donna racconta di aver trovato sollievo dalle emicranie croniche grazie a un trattamento inatteso, le sanguisughe medicinali. Una storia affascinante, quasi medievale, ma il punto vero è un altro: quanto dolore deve sopportare una persona prima di provare qualsiasi cosa?

Quando il mal di testa non è “solo mal di testa”

Ci sono parole che sembrano piccole perché le usiamo troppo. “Mal di testa” è una di queste. Sembra il fastidio da ufficio, la scusa per spegnere la luce, il risultato di una giornata storta. Poi arriva l’emicrania vera, quella che non chiede permesso, abbassa le tapparelle del mondo e trasforma luce, rumore, odori e movimento in nemici personali.

L’emicrania è una malattia neurologica, non un capriccio da divano. Può dare dolore pulsante da moderato a grave, nausea, vomito, sensibilità a luce, rumori e odori. Può durare ore o giorni. E quando diventa cronica, può presentarsi per almeno 15 giorni al mese, rubando lavoro, relazioni, presenza, perfino identità. Il Manuale MSD ricorda che non esiste una “cura” definitiva dell’emicrania, ma trattamenti per interrompere gli attacchi, ridurre il dolore e prevenire frequenza e gravità delle crisi.

Ecco perché la storia raccontata da HuffPost colpisce. Una persona con emicranie debilitanti, dopo aver provato strade diverse, riceve da un amico un suggerimento spiazzante: la terapia con sanguisughe. Sì, proprio loro. Quelle creature che nell’immaginario stanno tra il Medioevo, la palude e il medico con la valigetta di cuoio. La reazione naturale è una smorfia. Subito dopo, però, arriva la domanda più seria: quando il dolore diventa una prigione, cosa non si è disposti a tentare?

Le sanguisughe medicinali non sono una barzelletta

Prima di liquidare tutto con una battuta da osteria, va detto chiaramente: le sanguisughe medicinali esistono nella medicina moderna. Non sono solo folklore con dentini. La Food and Drug Administration statunitense classifica le sanguisughe medicinali come dispositivi usati come supporto alla guarigione di tessuti innestati quando la congestione venosa può ritardare la guarigione, favorendo un sanguinamento localizzato prolungato.

In chirurgia plastica e ricostruttiva, quindi, hanno un senso preciso: aiutare il deflusso venoso quando il sangue arriva nei tessuti ma fatica a uscire. La loro saliva contiene sostanze con effetto anticoagulante e vasodilatatore. Detta in modo semplice, non fanno magie, fanno sanguinare in modo controllato. E già qui il romanticismo gotico prende un taxi e se ne va.

Il problema nasce quando un uso medico circoscritto viene trasportato, quasi per incanto, in altri campi. Per l’emicrania, la terapia con sanguisughe non è una cura standard, non compare tra i trattamenti di riferimento delle principali linee guida, e non dovrebbe essere improvvisata in casa o in contesti non sanitari. Perché il dolore rende creativi, ma i batteri restano molto tradizionalisti: se trovano una porta aperta, entrano.

L’emicrania invisibile e la tentazione dell’ultima spiaggia

La parte più importante di questa storia non è la sanguisuga. È la disperazione silenziosa di chi convive con una malattia invisibile. Chi soffre di emicrania cronica spesso deve giustificarsi: al lavoro, in famiglia, con gli amici, talvolta perfino con i medici. Non sanguina, non zoppica, non ha il gesso. Eppure può perdere giornate, appuntamenti, reddito, lucidità.

In Italia la cefalea primaria cronica è stata riconosciuta come malattia sociale dalla Legge 14 luglio 2020, n. 81. Non è un dettaglio burocratico: è il riconoscimento che certe forme di cefalea non sono piccoli fastidi privati, ma condizioni con impatto sociale, sanitario e lavorativo. Le linee di indirizzo pubblicate in Gazzetta Ufficiale sottolineano che i disturbi della cefalea rappresentano un problema di salute pubblica per disabilità associata e costi per la società.

È qui che le cure “strane” diventano culturalmente interessanti. Non perché siano automaticamente valide, ma perché raccontano un vuoto. Quando una persona cerca sollievo in qualcosa che sembra uscito da un manuale del 1600, forse non sta rifiutando la scienza. Forse sta dicendo: “La scienza che ho incontrato finora non mi ha ancora restituito la vita”.

Cosa dice oggi la medicina dell’emicrania

Le terapie moderne per l’emicrania sono molte più di un tempo. Ci sono farmaci per l’attacco acuto, come triptani, antinfiammatori, antiemetici e gepanti. Ci sono trattamenti preventivi, tra cui betabloccanti, antiepilettici, antidepressivi selezionati in base al profilo del paziente, tossina botulinica per alcune forme di emicrania cronica e farmaci diretti contro il CGRP, una molecola coinvolta nei meccanismi dell’attacco emicranico.

Le raccomandazioni NICE, aggiornate anche con opzioni come rimegepant, inibitori CGRP e tossina botulinica di tipo A, indicano percorsi progressivi basati su efficacia, tollerabilità, numero di giorni con emicrania e risposta ai trattamenti precedenti. L’American Migraine Foundation ricorda inoltre che l’emicrania è una malattia neurologica complessa, senza una cura definitiva, ma con diverse opzioni terapeutiche da discutere con un medico.

Questo non significa che tutti trovino subito la strada giusta. Anzi. Spesso servono mesi, tentativi, diari del mal di testa, aggiustamenti, rinunce. La medicina seria è meno scenografica della sanguisuga, ma di solito ha un pregio: non chiede di credere, chiede di misurare.

I rischi della terapia con sanguisughe

La terapia con sanguisughe non è una passeggiata naturalistica con animale incluso. Le complicanze segnalate in letteratura comprendono infezioni, reazioni allergiche, sanguinamento prolungato, anemia e migrazione della sanguisuga. Il rischio infettivo è particolarmente rilevante perché le sanguisughe possono trasmettere batteri come Aeromonas, motivo per cui in ambito ospedaliero si ricorre a protocolli e profilassi antibiotiche specifiche.

Quindi no, non è qualcosa da provare perché “tanto è naturale”. Anche l’amanita falloide è naturale, ma non la mettiamo nell’insalata della domenica. Naturale non significa sicuro. Antico non significa innocuo. E “ha funzionato per qualcuno” non equivale a “funziona per tutti”.

Il punto non è ridere delle cure insolite, ma ascoltare il dolore

La tentazione facile sarebbe deridere la storia: “Siamo tornati alle sanguisughe, manca solo il salasso con candela profumata”. Ma sarebbe ingiusto. Le persone con emicrania cronica non hanno bisogno di sarcasmo, hanno bisogno di percorsi di cura, diagnosi corrette, accesso ai centri cefalee, farmaci appropriati, ascolto e continuità.

La medicina alternativa diventa attraente quando la medicina ufficiale appare lontana, lenta, frammentata o impersonale. E qui c’è una lezione per tutti: un paziente che cerca ovunque non è necessariamente ingenuo. Spesso è stanco. E la stanchezza, quando dura anni, fa sembrare ragionevole anche ciò che un tempo avremmo scartato con una risata.

Le sanguisughe curano l’emicrania?

La risposta più onesta è: non abbiamo prove solide per dirlo. Le sanguisughe medicinali hanno usi riconosciuti in contesti specifici, soprattutto chirurgici, ma non sono una terapia standard per l’emicrania cronica. Se una persona riferisce beneficio, la sua esperienza merita rispetto, ma non può diventare una raccomandazione generale.

Per chi soffre di emicrania frequente o invalidante, la strada più sensata resta rivolgersi a un neurologo o a un centro cefalee, tenere un diario degli attacchi, valutare fattori scatenanti, abuso di farmaci sintomatici, comorbidità, terapie acute e preventive. La cura, qui, non è il colpo di teatro. È il lavoro paziente, quasi artigianale, di ricostruire un margine di vita.

In sintesi

La storia della terapia con sanguisughe contro le emicranie debilitanti colpisce perché mette insieme dolore cronico, medicina antica e disperazione moderna. Ma il messaggio non deve essere “provate le sanguisughe”. Il messaggio è più profondo: l’emicrania cronica è una malattia seria, spesso sottovalutata, e chi ne soffre merita cure vere, ascolto competente e accesso a trattamenti basati su prove.

Le sanguisughe possono avere un ruolo in medicina, ma non sono la bacchetta magica dell’emicrania. E quando la vita pulsa dentro il cranio come un tamburo impazzito, non servono miracoli da palude. Serve una medicina capace di stare accanto al paziente, senza liquidarlo con un “sarà stress”. Perché a volte il dolore invisibile è proprio quello che grida più forte.

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Di Roberto Lambertini

Roberto Lambertini è nato a Bologna il 4 settembre 1961. Fin da giovane è stato appassionato di lettura, libri e informazione.

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