Foto di Robert Nagy: https://www.pexels.com/it-it/foto/persona-donna-computer-ritratto-3930068/Foto di Robert Nagy: https://www.pexels.com/it-it/foto/persona-donna-computer-ritratto-3930068/

Il gaming non è il nemico, ma per una quota sempre maggiore di adolescenti diventa una gabbia invisibile che ruba sonno, scuola, relazioni. Come riconoscere la dipendenza da videogiochi e cosa possono fare genitori e insegnanti, senza demonizzare la tecnologia ma neppure chiudere gli occhi.

Un ragazzo su dieci, non un caso isolato

Non è più solo un allarme da bar o da chat di classe. Diversi studi internazionali mostrano che tra i ragazzi la quota di chi sviluppa una vera e propria dipendenza da videogiochi oscilla intorno al 10 per cento, quindi circa un adolescente su dieci. In una ricerca recente condotta in Norvegia, per esempio, circa un ragazzo su dieci tra i 10 e i 18 anni ha soddisfatto almeno una volta i criteri diagnostici per il disturbo da gioco su Internet, l Internet gaming disorder. Norwegian SciTech News

L Organizzazione Mondiale della Sanità, analizzando i dati di diversi Paesi europei, parla di circa il 12 per cento di adolescenti a rischio di gaming problematico, con una differenza netta tra generi, 16 per cento dei maschi contro il 7 per cento delle femmine. Organizzazione Mondiale della Sanità Una grande meta analisi che ha raccolto oltre 600 mila persone in tutto il mondo stima la prevalenza del gaming disorder intorno all 8,6 per cento, con valori che in alcune nazioni superano tranquillamente il 10 per cento. ScienceDirect

Numeri che fanno impressione, specialmente se pensiamo che i videogiochi sono ormai parte della quotidianità: in molti Paesi oltre l 80 per cento degli adolescenti gioca regolarmente, e una fetta consistente lo fa ogni giorno. Pew Research Center Giocare è normale; essere risucchiati fino a perdere il controllo, no.

Tra cortile e console, cosa è cambiato davvero

I genitori di oggi sono cresciuti tra pallone in cortile, biglie, figurine, qualche cabinato al bar e le prime console a tubo catodico. Il tempo davanti allo schermo era limitato già solo dalla tecnologia: pochi giochi, niente connessione continua, tempi di caricamento biblici che ti costringevano a staccare.

Oggi il cortile è spesso uno schermo, brillante, portatile, sempre connesso. Il videogioco non finisce mai, non chiude alle otto come il campetto dell oratorio. Ci sono missioni quotidiane, ricompense che si sbloccano solo se torni ogni giorno, classifiche che ti spingono a restare connesso per non perdere il posto, amici che ti scrivono se non sei online.

Non è solo un passatempo, è un ecosistema pensato per tenerti dentro il più possibile, con meccanismi psicologici simili a quelli usati nelle slot machine e nei social. In alcuni giochi compaiono anche elementi di gioco d azzardo, come loot box e premi casuali a pagamento, che introducono precocemente i ragazzi alle dinamiche del gambling. The Times

Eppure i videogiochi non sono il male assoluto. Possono allenare la coordinazione, il problem solving, la collaborazione di squadra, soprattutto nei giochi cooperativi. Il problema nasce quando il videogioco smette di essere uno strumento e diventa il centro di gravità permanente di giornate, notti, pensieri.

Che cosa si intende per dipendenza da videogiochi

La cosiddetta dipendenza da videogiochi, o gaming disorder, non è semplicemente giocare troppo, è un disturbo del controllo degli impulsi, paragonabile a una dipendenza comportamentale. Le linee guida cliniche e i manuali diagnostici la descrivono attraverso tre grandi elementi: Cleveland Clinic

  1. Perdita di controllo
    Il ragazzo non riesce a ridurre il tempo di gioco, anche quando lo desidera o gli viene chiesto. Promette di smettere, ma resta ore online, si collega di nascosto, mente sugli orari.
  2. Priorità assoluta al gioco
    Il gaming diventa più importante di scuola, sport, hobby, amicizie in presenza. Tutto il resto passa in secondo piano, il pensiero corre al videogioco anche quando non sta giocando.
  3. Continuare nonostante i danni
    Calo del rendimento scolastico, litigi familiari, isolamento, problemi di sonno, stanchezza cronica, ma lui o lei continua a giocare, minimizza, si arrabbia se qualcuno prova a intervenire.

Quando questi aspetti si protraggono per mesi, causando un impatto evidente sulla vita quotidiana, possiamo parlare di disturbo vero e proprio, non più di semplice passione o hobby un po esagerato.

I segnali d allarme che gli adulti tendono a ignorare

A volte la dipendenza da videogiochi si manifesta in modo eclatante; altre volte è silenziosa, educata, nascosta dietro a un adolescente apparentemente tranquillo, che sta semplicemente nella sua stanza. Alcuni segnali meritano attenzione:

  • ore di sonno drasticamente ridotte, fatica ad alzarsi al mattino
  • calo improvviso dei voti, compiti dimenticati, assenze ingiustificate
  • abbandono di sport, musica, attività che prima appassionavano
  • irritabilità marcata quando si chiede di spegnere, esplosioni di rabbia
  • menzogne su tempi di gioco e soldi spesi in microtransazioni
  • isolamento sociale, preferenza costante per amici online rispetto a quelli in carne e ossa

Studi recenti mostrano che i ragazzi con uso problematico di videogiochi hanno un rischio più alto di ansia, depressione, somatizzazioni, stress e peggiori relazioni familiari. ScienceDirect+1 In altre parole, la dipendenza da videogiochi raramente è un isola; spesso è la punta di un iceberg fatto di fragilità emotive, solitudine, difficoltà scolastiche, bassa autostima. The Current

Non è questione di ore, ma di come e perché si gioca

Qui arriva la parte scomoda, soprattutto per i genitori. Non basta contare le ore di gioco come si contano le calorie. Un ragazzo che gioca due ore al giorno ma mantiene buoni voti, amicizie reali, sonno regolare e altri interessi non è necessariamente a rischio.

Al contrario, un adolescente che alterna maratone di gioco al sabato e alla domenica con notti in bianco, salta i pasti, rifiuta inviti, litiga costantemente per restare online, potrebbe essere in difficoltà anche se le ore totali non sembrano enormi.

La domanda chiave non è quanto giochi, ma che cosa ti sta togliendo questo gioco. Ti ruba il sonno, la scuola, gli amici veri, la voglia di uscire, la serenità in famiglia. Ti toglie la possibilità di annoiarti, di pensare, di guardare il cielo dalla finestra.

Cosa possono fare genitori e insegnanti, concretamente

Non serve trasformarsi in poliziotti della PlayStation. Serve tornare a fare gli adulti, con fermezza e presenza, come si è sempre fatto con qualsiasi altra forma di eccesso. Alcune azioni semplici, ma non facili.

  1. Regole chiare fin da piccoli
    Orari stabiliti, fasce della giornata schermofree, pasti senza dispositivi, niente console in camera da letto, soprattutto la notte.
  2. Giocare insieme ogni tanto
    Sedersi accanto, farsi spiegare il gioco, provare una partita. È un modo per capire davvero cosa succede dietro lo schermo e aprire un dialogo, invece di limitarsi a vietare.
  3. Offrire alternative reali, non sermoni
    Sport, musica, attività manuali, frequentare coetanei dal vivo. Se il mondo offline è povero, il mondo online vince senza fatica.
  4. Coinvolgere la scuola
    Docenti e dirigenti possono organizzare incontri su uso consapevole del digitale, gaming, rischi di loot box e microtransazioni, con figure esperte.
  5. Chiedere aiuto se necessario
    Se il conflitto in casa è ingestibile, se il ragazzo mostra chiari segni di sofferenza psicologica, è il momento di coinvolgere pediatra, neuropsichiatra infantile, psicologo. Meglio una valutazione in più che un disagio sottovalutato.

Una sfida educativa, non una guerra alla tecnologia

La tentazione di molti adulti è nostalgica; chiudere tutto, demonizzare console, smartphone, social, raccontare che ai nostri tempi si stava meglio perché si giocava in strada. Forse è vero in parte, ma la strada oggi passa anche dal digitale.

La vera sfida non è riportare i ragazzi indietro nel tempo, è insegnare loro a stare nel presente senza lasciarsi travolgere. A usare i videogiochi come si usa una bicicletta, per spostarsi e divertirsi, non come un auto senza freni lanciata in discesa.

Un ragazzo su dieci sviluppa una dipendenza da videogiochi. Nove su dieci no. La differenza la fanno spesso piccoli dettagli, una porta aperta, una domanda in più, una sera in cui si spegne la console e si accende una partita a carte in famiglia, un passeggiata, un libro letto insieme.

Non si tratta di vincere contro i videogiochi, ma di vincere insieme ai ragazzi, restituendo loro il potere di scegliere quando giocare e quando vivere, che poi sono due verbi che dovrebbero camminare affiancati, non uno al posto dell altro.


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Di Roberto Lambertini

Roberto Lambertini è nato a Bologna il 4 settembre 1961. Fin da giovane è stato appassionato di lettura, libri e informazione.

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