Ombre di Calce
Giovanni aveva sempre avuto un piano. Anni di turni massacranti in cantiere, di sudore e polvere di cemento incrostata sulle mani, avevano finalmente dato i loro frutti. La casa era sua: un appartamento spazioso al terzo piano di un palazzo liberty nel cuore di Torino, con i soffitti alti e le finestre che catturavano la luce grigia del mattino. Era perfetto. Giovanni aveva pensato a tutto. Ogni dettaglio, ogni angolo, ogni stanza. Anche quella stanza. La chiamava la “camera mortuaria”, un nome che faceva sorridere i pochi amici che lo sentivano, pensando fosse uno scherzo. Ma Giovanni non scherzava mai.
La camera mortuaria era al fondo del corridoio, una stanza senza finestre, con pareti spoglie e un pavimento di piastrelle bianche che sembravano fredde anche d’estate. Giovanni l’aveva progettata con cura maniacale: un tavolo d’acciaio al centro, una lampada al neon che pendeva dal soffitto, un piccolo scarico al centro del pavimento. “Per i progetti futuri,” diceva, con un sorriso che non arrivava mai agli occhi. Nessuno chiedeva altro. Nessuno voleva sapere.
Era una notte di novembre, l’aria umida e il cielo pesante come piombo, quando il primo problema si presentò. Giovanni stava sistemando le ultime cose nell’appartamento – una libreria qui, un tappeto là – quando bussarono alla porta. Non aspettava nessuno. Non riceveva mai visite. Si avvicinò allo spioncino con cautela, il cuore che batteva più forte di quanto volesse ammettere. Fuori c’era un uomo, magro, con un cappotto nero troppo grande per lui e un cappello calato sugli occhi. “Giovanni,” disse l’uomo, la voce bassa, come un rasoio che scivola sulla pelle. “Dobbiamo parlare.”
Giovanni aprì la porta, ma non lo fece entrare. “Chi sei?” chiese, stringendo la maniglia. L’uomo non rispose subito. Si limitò a tirar fuori una sigaretta, accenderla e soffiare il fumo verso il soffitto del pianerottolo. “Diciamo che sono un amico di un amico. Uno che sa delle tue… stanze speciali.” Giovanni sentì un brivido corrergli lungo la schiena. Nessuno sapeva della camera mortuaria. Nessuno, tranne lui.
“Non so di cosa parli,” disse, ma la sua voce tradì un tremito. L’uomo rise, un suono secco, come vetri rotti. “Oh, lo sai eccome. E anche qualcun altro lo sa. Qualcuno che vuole usarla. Stasera.” Giovanni strinse i pugni. “Non è in affitto,” ringhiò, ma l’uomo lo interruppe. “Non è una richiesta, Giovanni. È un ordine. Apri la porta. Ora.”
Quella notte, la camera mortuaria si animò per la prima volta. Non come Giovanni aveva immaginato, non secondo i suoi piani. L’uomo dal cappotto nero portò con sé un altro, un tipo silenzioso con una valigetta di pelle e occhi che sembravano aver visto troppo. Non dissero nulla, ma Giovanni capì. La valigetta conteneva qualcosa di pesante, qualcosa che non voleva sapere. Lo scarico sul pavimento si rivelò utile, proprio come aveva previsto. Il neon illuminava tutto, troppo, e il sangue sembrava quasi nero contro le piastrelle bianche.
Quando se ne andarono, l’uomo dal cappotto nero lasciò una busta sul tavolo della cucina. Dentro c’erano banconote, più di quante Giovanni ne avesse mai viste in una volta sola. “Per il disturbo,” disse, prima di sparire nella nebbia che avvolgeva la strada. Giovanni rimase solo, con l’odore di disinfettante che gli bruciava le narici e il peso di ciò che era successo che gli schiacciava il petto.
Non dormì quella notte. Né la successiva. La camera mortuaria era tornata silenziosa, ma non vuota. Ogni tanto, Giovanni sentiva un rumore, un fruscio, come se qualcosa si muovesse dietro le pareti. Sognava piastrelle macchiate, mani che lo afferravano nel buio. E poi, arrivarono altri. Altri uomini, altre valigette, altre buste. La camera mortuaria non era più sua. Era diventata un luogo di passaggio, un altare per segreti che non gli appartenevano.
Giovanni aveva pensato a tutto, sì. Ma non aveva pensato a loro. Non aveva pensato che il prezzo della casa dei suoi sogni non fosse solo in denaro. E ora, ogni volta che chiudeva gli occhi, vedeva il neon della camera mortuaria accendersi, e il pavimento bianco tingersi di nuovo.
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