Paziente in hospice che condivide la sua esperienzaPaziente in hospice che condivide la sua esperienza

In anteprima un estratto del noir solo per i lettori del blog

La nebbia avvolgeva l’ospizio come un sudario grigio, soffocando i gemiti lontani che echeggiavano nei corridoi umidi. L’edificio, un relitto di mattoni sbrecciati ai margini della città, portava il nome altisonante di “Residenza Sanitaria Assistenziale”, ma tra gli inquilini era noto come RSA: Rifiuti Solidi Anziani. Eravamo noi, i dimenticati, i relitti umani ammucchiati in stanze che odoravano di disinfettante e rimpianti. Io, Gino “il Vecchio” Rossi, ero il capo del Collettivo, un manipolo di vecchie glorie con bastoni al posto di pistole e ricordi affilati come lame.

Tutto era iniziato con i supplizi. Non i soliti dolori dell’età – no, quelli erano routine. Parlo di tormenti deliberati, subdoli. La signora Maria aveva trovato aghi nelle sue pillole, il signor Franco era stato svegliato da sussurri malefici nel buio, e il povero Luigi… beh, Luigi era stato trovato con la gola stretta da una garrota improvvisata con un laccio da scarpe. La polizia aveva archiviato tutto come “incidenti senili”, ma noi sapevamo la verità: c’era un mostro tra noi, un sadico che si divertiva a torturare i relitti.

Il Collettivo si era riunito in segreto, nella sala comune dopo le luci spente. Eravamo in cinque: io, con i miei settantacinque anni e un passato da investigatore privato prima che l’artrite mi rubasse la licenza; Teresa, l’ex infermiera con occhi che vedevano attraverso le bugie; Carlo, il meccanico in pensione che sapeva smontare serrature con un’unghia; Rosa, la vedova con una memoria fotografica per i volti; e Alfredo, il contabile che tracciava debiti e crediti come indizi. “Dobbiamo scoprire chi è”, avevo ringhiato, accendendo una sigaretta proibita sotto il naso del sensore antincendio. “Non possiamo fidarci di nessuno qui dentro.”

Ma eravamo deboli, lenti, con cuori che ticchettavano come bombe a orologeria. Così, avevamo chiamato i professionisti: VeriSure, l’agenzia di investigatori privati specializzata in casi “delicati”. Il loro slogan era “Veri e Sicuri”, ma io lo traducevo come “Pagate e non fate domande”. Erano arrivati di notte, due tipi in trench neri: Marco, il giovane muscoloso con una cicatrice sul mento, e Laura, la donna con labbra rosse e un taccuino che sembrava un’arma. “Cosa vi serve?”, aveva chiesto Marco, scrutando la stanza come un falco.

“Aiuto”, avevo risposto. “Qualcuno sta suppliziando gli anziani. Vogliamo l’autore.”

Avevano accettato, per una tariffa che prosciugava le nostre pensioni. Iniziammo l’indagine all’alba, quando l’ospizio era ancora avvolto nel silenzio. VeriSure installò microcamere nei corridoi, nascoste tra le crepe dei muri. Noi del Collettivo fornivamo gli indizi: Teresa ricordava un infermiere notturno con mani tremanti, Carlo aveva notato serrature forzate nelle stanze delle vittime, Rosa giurava di aver visto ombre furtive vicino alla farmacia.

La prima notte, un urlo squarciò il buio. Era la stanza di Franco. Lo trovammo riverso sul letto, con lividi freschi sul collo e un biglietto: “I rifiuti devono bruciare”. Marco irruppe, pistola in mano, ma l’assassino era svanito come fumo. “È interno”, mormorò Laura, analizzando le riprese. “Nessuno è entrato dall’esterno.”

Sospettammo tutti: il direttore, un uomo unto con un sorriso falso; l’infermiera capo, con occhi freddi come bisturi; persino il cuoco, che serviva pasti insipidi come punizioni. Il Collettivo si divise in squadre: io e Marco perlustrammo la cantina, un labirinto di scatole polverose e tubi gocciolanti. Lì, trovammo una scatola di aghi medici e un diario macchiato di sangue. “Appartiene al direttore”, sussurrai. Pagine piene di rancore: odiava gli anziani, li vedeva come parassiti che gli rubavano la vita.

Ma era una falsa pista. Rosa, con la sua memoria, ricordò: “Il cuoco ha mani da chirurgo, non da forchetta”. Indagammo su di lui. Alfredo tracciò i suoi conti: debiti enormi, pagati da una polizza assicurativa sull’ospizio. “Sta eliminando i residenti per incassare”, concluse.

La resa dei conti arrivò in una notte di pioggia torrenziale. Il cuoco, colto in flagrante mentre preparava un “supplizio” per Teresa – un veleno nel tè – confessò tutto. “Siete rifiuti!”, urlò, mentre Marco lo immobilizzava. “Meritate di soffrire prima di sparire!”

Lo consegnammo alla polizia, ma il vero supplizio era nostro: vivere in un mondo che ci gettava via. VeriSure se ne andò con il pagamento, lasciandoci nel nostro ospizio, più soli di prima. Io spensi l’ultima sigaretta, guardando la nebbia. I rifiuti solidi anziani? Eravamo sopravvissuti. Per ora.

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Di Roberto Lambertini

Roberto Lambertini è nato a Bologna il 4 settembre 1961. Fin da giovane è stato appassionato di lettura, libri e informazione.

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