Estratto

La salute mentale è diventata una delle più grandi emergenze del XXI secolo. I numeri aumentano anno dopo anno, ma le risposte restano frammentarie. In Italia e in Europa si continua a parlare di crisi economica, guerra, natalità e cambiamento climatico, mentre il disagio psichico cresce quasi in silenzio, trasformandosi in una pandemia lenta che rischia di compromettere il futuro delle nuove generazioni.

Una pandemia senza conferenze stampa

Le emergenze tradizionali hanno una data di inizio. Una pandemia virale esplode in pochi mesi. Una guerra accende i riflettori nel giro di poche ore.

La crisi della salute mentale, invece, procede lentamente, quasi senza fare rumore. Ogni giorno migliaia di persone smettono di uscire di casa, interrompono gli studi, perdono il lavoro, vedono incrinarsi le relazioni familiari. Ogni giorno aumentano ansia, depressione, disturbi alimentari, dipendenze, isolamento sociale e burnout.

Non esistono bollettini quotidiani che aprono i telegiornali. Non ci sono mappe colorate che mostrino il livello di sofferenza psicologica di una nazione. Eppure il costo umano, sociale ed economico è immenso.

I numeri raccontano una storia inquietante

Le organizzazioni sanitarie europee segnalano da anni un incremento dei disturbi mentali, accelerato dalla pandemia di Covid-19 ma alimentato anche da fattori strutturali.

Tra questi:

  • precarietà economica;
  • invecchiamento della popolazione;
  • solitudine cronica;
  • iperconnessione digitale;
  • difficoltà abitative;
  • crisi climatica;
  • guerre e instabilità internazionale;
  • perdita di fiducia nelle istituzioni.

Il risultato è una popolazione sempre più fragile psicologicamente.

I giovani rappresentano probabilmente il segmento più vulnerabile. Crescono richieste di aiuto per ansia, depressione e autolesionismo, mentre molti servizi territoriali sono già oggi incapaci di assorbire la domanda.

La politica continua a rincorrere le emergenze

Il problema non è che la salute mentale sia sconosciuta ai governi.

Il problema è che raramente diventa una priorità politica.

Si finanziano nuove infrastrutture, si discutono riforme fiscali, si affrontano le crisi energetiche. Tutto necessario.

Ma quasi nessuno presenta un vero “Piano Marshall” per la salute mentale.

Si continua a intervenire quando il disagio è già esploso, anziché investire nella prevenzione.

È un approccio costoso, inefficiente e profondamente miope.

Ogni euro investito precocemente nella salute mentale può evitare costi molto superiori in termini di ricoveri, invalidità, pensionamenti anticipati, perdita di produttività e assistenza sociale.

Anche il giornalismo ha le sue responsabilità

Una parte del giornalismo sembra aver accettato la logica dell’emergenza permanente.

Ogni giorno nuovi titoli, nuove polemiche, nuovi scontri politici.

La salute mentale compare spesso soltanto dopo tragedie, suicidi o episodi di cronaca nera.

Molto meno spazio viene dedicato alle cause profonde del disagio, ai modelli organizzativi che funzionano, alle buone pratiche internazionali, alla prevenzione, alla ricerca scientifica.

L’informazione rincorre il clamore.

La salute mentale avrebbe invece bisogno di continuità.

Di approfondimento.

Di cultura.

Curare non basta più

Il vero errore consiste nel pensare che la risposta debba arrivare esclusivamente dagli psichiatri.

La salute mentale riguarda l’intera società.

Riguarda:

  • la scuola;
  • il lavoro;
  • l’urbanistica;
  • la cultura;
  • lo sport;
  • le relazioni sociali;
  • il welfare;
  • la medicina territoriale.

Uno psicologo in più è importante.

Ma da solo non basta se continuiamo a costruire ambienti che producono isolamento, competizione estrema, precarietà e solitudine.

Servirebbe un progetto europeo

L’Europa possiede le competenze scientifiche, le università, gli operatori sanitari e le risorse economiche per affrontare seriamente questa crisi.

Ciò che manca è una strategia realmente coordinata.

Un grande piano europeo potrebbe prevedere:

  • prevenzione nelle scuole fin dall’infanzia;
  • psicologia di comunità diffusa sul territorio;
  • riduzione dei tempi di attesa;
  • integrazione tra medicina generale e salute mentale;
  • campagne pubbliche contro lo stigma;
  • monitoraggio epidemiologico continuo;
  • ricerca finanziata stabilmente;
  • utilizzo dell’intelligenza artificiale per individuare precocemente i soggetti più fragili, sempre nel rispetto della privacy e dei diritti individuali.

La salute mentale è anche una questione economica

Esiste ancora chi considera la spesa per la salute mentale un costo.

È probabilmente uno dei più grandi errori di valutazione delle politiche pubbliche.

Una popolazione psicologicamente fragile produce meno, innova meno, studia meno, partecipa meno e vive peggio.

La salute mentale rappresenta un investimento sul capitale umano di un Paese.

Ignorarla significa compromettere competitività, coesione sociale e sviluppo economico.

Il silenzio rischia di diventare complicità

La sofferenza psichica non è una debolezza individuale.

È sempre più spesso il sintomo di una società che fatica a trovare equilibrio.

Continuare ad affrontarla esclusivamente con interventi emergenziali significa inseguire gli effetti senza affrontarne le cause.

La politica dovrebbe avere il coraggio di guardare oltre la durata di una legislatura.

Il giornalismo dovrebbe smettere di occuparsi della salute mentale soltanto quando diventa cronaca.

Le istituzioni dovrebbero comprendere che il benessere psicologico non è un lusso, ma una condizione indispensabile per la democrazia, la crescita economica e la qualità della vita.

Perché una società può sopravvivere a molte crisi.

Ma quando perde la salute mentale dei suoi cittadini, perde lentamente anche la capacità di immaginare il proprio futuro.

In sintesi

La salute mentale rappresenta una delle emergenze più sottovalutate del nostro tempo. Italia ed Europa dispongono delle conoscenze scientifiche necessarie per affrontarla, ma manca una visione politica di lungo periodo capace di integrare sanità, scuola, lavoro, welfare e comunità. Continuare a intervenire soltanto quando il disagio esplode significa rincorrere una crisi destinata ad aggravarsi. Investire nella prevenzione e nella costruzione di ambienti sociali più sani non è soltanto una scelta sanitaria, ma una strategia di sviluppo civile ed economico.

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Appendice

I numeri che non possiamo più ignorare

  • Nella Regione Europea dell’OMS, una persona su sei, circa 140 milioni di persone, convive con un disturbo della salute mentale. Ogni anno oltre 120.000 persone muoiono per suicidio, che resta la principale causa di morte tra i giovani dai 15 ai 29 anni. Inoltre, una persona su tre con un disturbo mentale non riceve le cure di cui avrebbe bisogno. (Organizzazione Mondiale della Sanità)
  • La Commissione europea stima che già prima della pandemia i problemi di salute mentale costassero oltre il 4% del PIL, più di 600 miliardi di euro all’anno nell’UE e nel Regno Unito. Quasi un europeo su due riferisce di aver sperimentato nell’ultimo anno ansia, depressione o altri problemi emotivi o psicosociali. (Public Health)
  • Secondo un recente studio dell’OCSE, tra il 2025 e il 2050 i disturbi depressivi, d’ansia e da uso di alcol potrebbero ridurre il PIL europeo di circa l’1,7% ogni anno, con un costo sanitario diretto di 76 miliardi di euro l’anno, pari a circa il 6% della spesa sanitaria complessiva dell’Unione Europea. (OECD)

Il dardo finale:

“Ogni governo promette di salvare l’economia. Pochi sembrano essersi accorti che non esiste un’economia sana senza cittadini mentalmente sani. La vera domanda non è quanto costi investire nella salute mentale. La domanda è quanto ci costerà continuare a ignorarla.”

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Di Roberto Lambertini

Roberto Lambertini è nato a Bologna il 4 settembre 1961. Fin da giovane è stato appassionato di lettura, libri e informazione.

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