man wearing black polo shirt and gray pants sitting on white chairPhoto by nappy on <a href="https://www.pexels.com/photo/man-wearing-black-polo-shirt-and-gray-pants-sitting-on-white-chair-935977/" rel="nofollow">Pexels.com</a>

C’è una verità scomoda che la medicina moderna inizia, lentamente, a mettere in chiaro: non esiste una netta separazione tra il corpo e la mente. E quando il corpo si ammala di più patologie croniche, la mente rischia di affondare in silenzio.

Un recente studio internazionale, pubblicato su una prestigiosa rivista medica, ha lanciato un allarme tanto chiaro quanto preoccupante: convivere con due o più malattie croniche può raddoppiare il rischio di sviluppare depressione.

Il fenomeno ha un nome tecnico – multimorbidità – ma dietro questa parola c’è un mondo di vite appesantite da diagnosi, terapie, esami e limiti imposti da patologie che non vanno mai via. Quando il diabete si somma all’artrite, o la broncopneumopatia cronica ostruttiva si intreccia con lo scompenso cardiaco, il rischio che l’umore precipiti diventa una minaccia silenziosa, ma concreta.

Malattie che si parlano (nel peggior modo possibile)

Il corpo umano è un’orchestra complessa. E quando gli strumenti iniziano a suonare fuori tempo, la disarmonia non resta confinata a un solo organo. Le malattie croniche, infatti, condividono percorsi biologici comuni con la depressione: infiammazione sistemica, stress ossidativo, squilibri neuroendocrini.

Non è solo una questione biologica. Il peso psicologico di una vita scandita da farmaci, controlli medici, sintomi invalidanti e limitazioni quotidiane alimenta un circolo vizioso di isolamento sociale, senso di impotenza, angoscia.

I ricercatori dell’Università di Edimburgo hanno utilizzato i dati di oltre 142.000 persone che hanno partecipato allo studio UK Biobank per esaminare in che modo le malattie fisiche interagiscono e influenzano il rischio di depressione, una condizione che spesso non viene diagnosticata correttamente nelle persone affette da malattie fisiche croniche.  

I partecipanti avevano un’età compresa tra 37 e 73 anni e soffrivano di almeno una patologia fisica cronica, ma non avevano una storia di depressione.  

Gli scienziati hanno utilizzato tecniche di clustering statistico per raggruppare gli individui in base ai loro profili di malattia fisica e hanno monitorato il rapporto tra questi cluster e successive diagnosi di depressione.  

Un approccio che deve cambiare volto

Fino a ieri, la medicina curava la malattia. Oggi deve curare la persona. E la persona con più patologie croniche non può più essere vista solo come una somma di organi malati.

L’approccio integrato, multidisciplinare, personalizzato è l’unica strada percorribile per evitare che alla sofferenza fisica si aggiunga quella mentale. Medici di base, specialisti, psicologi, infermieri devono imparare a parlarsi, a vedere il quadro complessivo, a intercettare i segnali della depressione prima che diventi un macigno.

In Italia, alcuni modelli virtuosi stanno nascendo, come le Case della Salute, i team integrati nelle cure primarie, i percorsi diagnostico-terapeutici personalizzati per la multimorbidità. Ma la strada è ancora lunga.

Un gruppo, che includeva persone con i più alti tassi di malattie fisiche, mostrava anche il rischio più elevato di sviluppare depressione. Questo gruppo non presentava una singola malattia dominante, ma piuttosto un complesso insieme di problemi.  

Anche le persone con malattie cardiache e diabete sono risultate ad alto rischio, così come quelle con patologie polmonari croniche come asma o BPCO (broncopneumopatia cronica ostruttiva). Anche le patologie epatiche e intestinali hanno mostrato un’evidente correlazione con la depressione, sia negli uomini che nelle donne

Particolarmente colpite erano le donne con problemi alle articolazioni e alle ossa, come l’artrite, ma questo fenomeno non era così evidente negli uomini.  

Nei gruppi a rischio più elevato, circa una persona su 12 ha sviluppato depressione nei successivi 10 anni, rispetto a circa una persona su 25 senza problemi fisici.  

Sebbene il peso biologico della malattia possa svolgere un ruolo, i ricercatori affermano che anche fattori sociali e sistemici potrebbero contribuire a spiegare perché la multimorbilità fisica porta a peggiori risultati in termini di salute mentale.  

Prevenire è possibile (e doveroso)

Riconoscere precocemente i sintomi della depressione nei pazienti con malattie croniche è fondamentale. Screening regolari, dialogo aperto durante le visite mediche, educazione alla gestione dello stress, alla mindfulness, alla resilienza possono fare la differenza.

La medicina del futuro – quella vera, umana, sostenibile – sarà quella che non separa più la salute del corpo da quella della mente. Perché nessuna cura sarà davvero efficace se lascerà la persona sola con la propria sofferenza interiore.

Lauren DeLong, autrice principale e dottoranda presso la Facoltà di Informatica dell’Università di Edimburgo, ha dichiarato: “Abbiamo osservato chiare associazioni tra condizioni di salute fisica e sviluppo della depressione, ma questo studio è solo l’inizio. Ci auguriamo che i nostri risultati ispirino altri ricercatori a indagare e a chiarire i legami tra condizioni di salute fisica e mentale”. 

Bruce Guthrie, professore di medicina generale presso l’Advanced Care Research Centre dell’Università di Edimburgo, ha affermato: “Spesso l’assistenza sanitaria tratta la salute fisica e quella mentale come cose completamente diverse, ma questo studio dimostra che dobbiamo migliorare nell’anticipare e gestire la depressione nelle persone con malattie fisiche”. 

Il Professor Mike Lewis, Direttore Scientifico per l’Innovazione del NIHR, ha dichiarato: “Sfruttare la potenza dei dati per comprendere l’impatto delle patologie croniche trasformerà il modo in cui tratteremo i pazienti in futuro. La ricerca del NIHR in questo ambito contribuisce a delineare un quadro completo delle difficoltà che i pazienti devono affrontare, anziché concentrarsi su una singola patologia alla volta”. 

Conclusione poetica (per non dimenticare)

Le malattie si possono alleare contro di noi. Ma anche la medicina può allearsi con la psicologia, la scienza con l’empatia, il farmaco con la parola. E quando questo accade, persino la multimorbidità può trovare un argine, una cura che va oltre la pillola: quella dell’ascolto, della relazione, della presa in carico globale.


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Lo studio è pubblicato sulla rivista Nature Communications Medicine: https://www.nature.com/articles/s43856-025-00825-7. È stato finanziato dal Medical Research Council e dal National Institute for Health and Care Research. 

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Di Roberto Lambertini

Roberto Lambertini è nato a Bologna il 4 settembre 1961. Fin da giovane è stato appassionato di lettura, libri e informazione.

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