close up of marathon runners feet in motionPhoto by Andrew Durkin on <a href="https://www.pexels.com/photo/close-up-of-marathon-runners-feet-in-motion-29596317/" rel="nofollow">Pexels.com</a>

Una ricerca della New York University ribalta i cliché: quando la corsa si fa dura, i runner vincono concentrandosi sulla meccanica del gesto e sul traguardo immediato, non sui grandi ideali motivazionali

Quando la fatica si fa sentire e le gambe sembrano di piombo, cosa spinge davvero un runner a tagliare il traguardo? La risposta potrebbe sorprendere. Secondo un recente studio della New York University, pubblicato sul Journal of Experimental Social Psychology, la forza dei corridori non sta tanto nel ripetersi perché corrono, ma nel concentrarsi su come farlo.

In altre parole, più che ai grandi slogan motivazionali, gli atleti si affidano a strategie pratiche e focalizzazione attentiva. Una corsa non si porta a termine riflettendo sui valori astratti, ma accorciando lo sguardo, calibrando il ritmo, gestendo la respirazione.


Lo studio che cambia la prospettiva

Il team guidato dalla professoressa Emily Balcetis, insieme ai ricercatori Jordan Daley, Bradley Tao e Bryce Lexow, ha analizzato i comportamenti di circa 1.000 runner amatoriali e agonisti impegnati in gare da 5 e 10 chilometri.

Il risultato?

  • I corridori veloci iniziano già con un focus ristretto, puntando dritti al traguardo.
  • Tutti i runner, man mano che la corsa avanza, ridimensionano il campo visivo e spostano l’attenzione su obiettivi immediati.
  • La mentalità più diffusa non è quella “deliberativa” (perché corro, cosa mi spinge) ma quella “implementativa”: come regolare il passo, come affrontare la salita, come gestire il fiato.

La ricerca ha evidenziato un dato cruciale: attenzione e mentalità sono strumenti distinti, che possono essere usati separatamente. Non basta credere nell’obiettivo, serve un piano di azione mentale minuto per minuto.

Infografica

Il segreto della resistenza: l’arte del dettaglio

L’intuizione ribalta il mito romantico della corsa. Non è la motivazione astratta a farcela nei momenti più duri, ma la capacità di frammentare la fatica in micro-obiettivi: un respiro, un passo, un traguardo intermedio.

Lo sguardo si stringe, il mondo attorno sfuma, resta solo la strada davanti a sé. Questo “narrow focus”, già dimostrato in uno studio del 2025, aumenta le prestazioni perché riduce la percezione della fatica e rafforza l’impegno.


Dalla maratona di New York alle corse quotidiane

Con l’avvicinarsi della Maratona di New York, questa scoperta illumina di nuova luce i volti dei 50.000 runner che affronteranno i 42 km più celebri del mondo. Non si tratta solo di motivazione, ma di allenamento mentale: imparare a gestire lo sforzo non con grandi pensieri, ma con piccoli gesti ripetuti.

Per i runner italiani, dai maratoneti alle persone che corrono nel parco sotto casa, il messaggio è chiaro: non chiederti continuamente perché lo fai, ma piuttosto concentrati su come farlo al meglio. È questa la chiave per trasformare ogni corsa in una vittoria personale.


Conclusione

Lo studio della NYU insegna che la vera forza non sta nei poster motivazionali, ma nella concretezza del gesto. La motivazione che conta davvero è pragmatica, quotidiana, fatta di come e non di perché.

Come direbbe un vecchio allenatore: non pensare alla gloria, pensa al passo successivo.


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Di Roberto Lambertini

Roberto Lambertini è nato a Bologna il 4 settembre 1961. Fin da giovane è stato appassionato di lettura, libri e informazione.

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