La nuova Piattaforma nazionale AGENAS fotografa un Servizio sanitario che recupera terreno, soprattutto sulle urgenze. Ma tra prime visite ed esami diagnostici il diritto alla cura resta ancora troppo spesso prigioniero del calendario.
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Riassunto:
Le liste d’attesa migliorano, ma non abbastanza. Nei primi quattro mesi del 2026 cresce la quota di visite ed esami erogati nei tempi previsti, tuttavia quasi 2 milioni di prestazioni restano fuori garanzia. Il cronometro del Servizio sanitario avanza, ma per molti cittadini continua a correre troppo lentamente.
Liste d’attesa 2026: il miglioramento c’è, ma non basta
Le liste d’attesa sono un po’ come certi orologi antichi: ogni tanto ripartono, fanno sperare, segnano finalmente l’ora giusta. Poi però scopri che in molte case il tempo è rimasto fermo. È questa, in sintesi, la fotografia che arriva dalla nuova Piattaforma nazionale delle liste d’attesa presentata da AGENAS.
Tra gennaio e aprile 2026 il quadro nazionale mostra un miglioramento reale. Per le prime visite specialistiche, la percentuale di prestazioni garantite entro i tempi passa dal 76,1% del primo quadrimestre 2025 al 78,7% del 2026. Per gli esami diagnostici, come Tac, risonanze, ecografie e altre indagini, si passa dall’83,0% all’84,7%. Il passo avanti c’è, ed è bene riconoscerlo. Ma dietro le percentuali resta un numero che pesa come pietra nello zaino: quasi 2 milioni di prestazioni sono ancora state erogate oltre i tempi massimi previsti. (agenas.gov.it)
Secondo i dati riportati da ANSA sulla base dell’elaborazione AGENAS, nel primo quadrimestre 2026 sono finite fuori tempo oltre 1,2 milioni di visite specialistiche e circa 688.500 esami diagnostici, per un totale vicino a 1,9 milioni di prestazioni. Tradotto in linguaggio umano, non burocratico: molte persone hanno aspettato più del dovuto per una visita, un esame, un controllo che poteva fare la differenza tra diagnosi precoce e rincorsa tardiva. (ANSA.it)
Che cosa misura la Piattaforma nazionale delle liste d’attesa
La Piattaforma nazionale delle liste d’attesa, istituita nell’ambito del percorso avviato con il decreto legge 73 del 2024, consente per la prima volta una misurazione omogenea su scala nazionale dei tempi di attesa delle prestazioni sanitarie del Servizio sanitario nazionale. AGENAS segnala una base informativa molto ampia: 65 milioni di prenotazioni acquisite tra gennaio 2025 e aprile 2026, relative alle strutture pubbliche e private accreditate. (agenas.gov.it)
È un salto importante, perché senza dati si naviga a lume di candela, e in sanità il lume di candela fa poesia, ma non fa programmazione. La piattaforma permette di osservare l’andamento delle prestazioni per classe di priorità, territorio, prime visite ed esami diagnostici. Non risolve da sola il problema, naturalmente. Un termometro misura la febbre, non la cura. Ma almeno impedisce di dire che “va tutto bene” quando il paziente ha 39.
Le urgenze migliorano di più
Il dato più incoraggiante riguarda le prestazioni urgenti e quelle in classe B. Le urgenze, da garantire entro 3 giorni, migliorano sia per le visite sia per gli esami. Per le prime visite urgenti, il rispetto dei tempi passa dal 76,9% all’80,6%. Per la classe B, da erogare entro 10 giorni, si passa dal 76,8% all’80,2%. Anche le prime visite differite, entro 30 giorni, salgono dal 69,4% al 73,2%. La classe P, programmata entro 120 giorni, resta invece stabile all’84,7%.
Per gli esami diagnostici la dinamica è simile: le urgenze passano dal 72,4% al 75,7%, la classe B dal 75,2% al 77,3%, la classe D dall’83,2% all’85,3%, la classe P dall’85,8% all’86,8%. In altre parole, il sistema sembra muoversi meglio proprio dove il bisogno clinico è più immediato. È un buon segnale, perché la sanità pubblica si giudica anche dalla capacità di distinguere chi può aspettare da chi non deve aspettare.
Regioni: il Paese migliora, ma resta diseguale
A livello territoriale, AGENAS segnala buoni risultati in 16 Regioni su 21 per le prime visite: 9 mostrano miglioramenti importanti rispetto al 2025 e 7 confermano livelli già elevati di rispetto dei tempi massimi. Per gli esami diagnostici, i buoni risultati riguardano 15 Regioni su 21: 6 in netto miglioramento e 9 con percentuali di garanzia già alte. (agenas.gov.it)
Ma la geografia della salute resta una vecchia ferita italiana. Alcuni territori corrono, altri arrancano, altri ancora migliorano ma partendo da livelli più bassi. Sky TG24, riprendendo i dati AGENAS, segnala che Abruzzo, Provincia autonoma di Trento, Sicilia e Valle d’Aosta presentano ancora segni negativi in entrambi gli ambiti, mentre tra gli esempi positivi vengono citate Regioni come Liguria, Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto. (Sky TG24)
Emilia-Romagna: bene la diagnostica, più debole il dato sulle prime visite
Nel quadro regionale 2026, l’Emilia-Romagna si colloca al 77,7% per il rispetto dei tempi delle prime visite, in miglioramento rispetto al 73,7% del 2025. È un progresso, ma resta leggermente sotto la media nazionale del 78,7%. Qui il bicchiere è a metà: non vuoto, non pieno, diciamo emiliano con prudenza, “andàm avanti, ma senza stappare il Lambrusco”.
Molto migliore il risultato sugli esami diagnostici: l’Emilia-Romagna passa dall’84,3% del 2025 all’89,2% del 2026, sopra la media nazionale dell’84,7%. Questo suggerisce una maggiore capacità organizzativa sul fronte della diagnostica, mentre sulle prime visite resta spazio per un recupero più deciso.
I nodi ancora aperti: appropriatezza, CUP, agende e prenotazioni
AGENAS individua alcune criticità che meritano attenzione. La prima riguarda l’appropriatezza nell’attribuzione della classe di priorità: in alcune Regioni la quota di prestazioni classificate come P, cioè programmabili entro 120 giorni, appare molto elevata, anche oltre l’80%. Un dato così alto può indicare differenze nei comportamenti prescrittivi o difficoltà nel classificare correttamente i bisogni clinici.
Un secondo nodo riguarda la distanza tra la prima disponibilità proposta e l’appuntamento effettivamente accettato. A livello nazionale, nel 20% dei casi l’appuntamento accettato va oltre la soglia di garanzia. Il cittadino può rifiutare una data per ragioni pratiche, distanza, lavoro, preferenza per una struttura o per un medico. Ma quando il fenomeno diventa troppo ampio, può segnalare agende poco funzionali o disponibilità formalmente corrette ma poco praticabili.
C’è poi il tema dell’accesso al CUP. AGENAS segnala che, quando il contatto con il sistema di prenotazione avviene oltre la soglia prevista dalla classe di priorità, possono emergere problemi di accessibilità. Per la classe B, ad esempio, in alcune Regioni quasi il 20% degli assistiti contatta il CUP oltre i 10 giorni. Qui la tecnologia può aiutare, ma non deve diventare un labirinto digitale dove il cittadino si perde con la ricetta in mano e la pazienza in frantumi.
Trasparenza sì, ma servono effetti concreti per i cittadini
Il nuovo cruscotto rappresenta un passo avanti in termini di trasparenza. Tuttavia, la trasparenza non è ancora accesso. Sapere che una prestazione è fuori tempo non equivale ad averla nei tempi. La Fondazione GIMBE, in una precedente analisi, aveva sottolineato il rischio che i dati restassero poco utili per i cittadini se non accompagnati da informazioni chiare, confrontabili e capaci di individuare dove si concentrano davvero i ritardi. (Quotidiano Sanità)
Il punto politico e sanitario è questo: le liste d’attesa non sono solo un problema di numeri, ma di fiducia. Quando il cittadino non riesce ad accedere in tempi ragionevoli, spesso sceglie la via privata, rinuncia, rimanda, oppure arriva alla diagnosi quando il problema è già cresciuto. E la sanità pubblica, che nella sua idea migliore è una promessa collettiva, rischia di diventare una porta socchiusa.
Che cosa serve ora
Il miglioramento del 2026 va letto come un segnale positivo, non come un traguardo. Servono agende più efficienti, CUP accessibili, prescrizioni appropriate, personale sufficiente, monitoraggio continuo e una vera capacità di intervenire dove il dato mostra la ferita. Perché il diritto alla salute non può dipendere dalla fortuna, dal codice di avviamento postale o dalla tenacia di chi riesce a telefonare cento volte.
Il vecchio Servizio sanitario nazionale nasceva con un’idea semplice e nobile: curare secondo il bisogno, non secondo il portafoglio. Oggi quella promessa va custodita con strumenti moderni, dati solidi e una buona dose di concretezza. I numeri migliorano, sì. Ma finché quasi 2 milioni di prestazioni restano fuori garanzia in quattro mesi, il problema non è risolto. È solo meno nascosto.
In sintesi
Le liste d’attesa nel 2026 mostrano un miglioramento nazionale, con il rispetto dei tempi che sale al 78,7% per le prime visite e all’84,7% per gli esami diagnostici. Le urgenze e le prestazioni in classe B migliorano in modo più evidente. Tuttavia, quasi 2 milioni di visite ed esami restano ancora fuori dai tempi massimi. L’Emilia-Romagna migliora nelle prime visite, al 77,7%, e ottiene un risultato più solido negli esami diagnostici, all’89,2%. La nuova piattaforma AGENAS aiuta a vedere il problema con maggiore chiarezza, ma ora la sfida è trasformare i dati in accesso reale alle cure.
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