Poveri vecchi pensionatiPoveri vecchi pensionati

Verso l’Apocalisse per i baby boomers italiani

Non è più soltanto una questione di pensioni basse. La vera emergenza riguarda il costo della fragilità. Quando una persona anziana perde l’autonomia, la pensione spesso non basta più nemmeno per pagare una badante regolarmente assunta, mentre una RSA può costare oltre il doppio dell’assegno previdenziale medio. È qui che si misura la tenuta del nostro sistema di welfare.

Il vero problema non è quanto si prende di pensione

Per anni il dibattito pubblico si è concentrato sull’importo delle pensioni. Oggi, però, la domanda è cambiata.

La questione centrale è un’altra: quanto resta realmente disponibile a un anziano quando diventa non autosufficiente?

L’invecchiamento della popolazione italiana procede con una velocità che pochi avrebbero immaginato. Viviamo più a lungo, ma vivere più a lungo significa anche convivere più spesso con malattie croniche, disabilità e bisogni assistenziali che possono protrarsi per anni.

È una conquista della medicina, ma rappresenta anche una sfida economica e sociale enorme.

Una badante costa più della pensione media

I numeri raccontano una realtà difficile da ignorare.

Secondo l’analisi elaborata dalla FNP CISL sulla base dei dati INPS e del Contratto Collettivo Nazionale del lavoro domestico, una badante convivente qualificata (livello CS) comporta oggi un costo complessivo di circa 1.585 euro al mese.

È importante precisare che questa cifra non coincide con lo stipendio percepito dalla lavoratrice.

Comprende infatti:

  • retribuzione mensile;
  • contributi previdenziali;
  • tredicesima;
  • trattamento di fine rapporto;
  • ferie;
  • altri oneri previsti dal contratto.

Si tratta, quindi, del costo di un rapporto di lavoro regolare, che garantisce diritti sia alla famiglia sia alla lavoratrice.

Il confronto con le pensioni è impietoso.

La pensione media si colloca infatti tra 1.200 e 1.350 euro mensili.

In pratica, il trattamento previdenziale copre soltanto tra il 76% e l’85% del costo necessario per garantire un’assistenza continuativa a domicilio.

Il costo nascosto della fragilità

La differenza può sembrare limitata sulla carta.

In realtà significa che ogni famiglia deve integrare ogni mese tra 240 e quasi 390 euro, cioè da oltre 3.000 fino a più di 4.600 euro l’anno.

E questo rappresenta soltanto il punto di partenza.

Alla spesa della badante si aggiungono infatti:

  • farmaci;
  • visite specialistiche;
  • esami diagnostici;
  • ausili sanitari;
  • trasporti;
  • assistenza integrativa;
  • spese quotidiane rese più onerose dalla perdita di autonomia.

La fragilità, purtroppo, ha un costo crescente che spesso arriva quando anche le risorse economiche della famiglia iniziano a diminuire.

Quando serve una RSA il problema diventa enorme

Esiste poi una fase nella quale l’assistenza domiciliare non è più sufficiente.

Le condizioni cliniche possono richiedere un inserimento in una Residenza Sanitaria Assistenziale.

Qui il divario diventa ancora più evidente.

Una RSA può arrivare a costare circa 3.000 euro al mese, cioè oltre il doppio della pensione media percepita da molti anziani.

Per moltissime famiglie questo significa dover attingere ai risparmi accumulati in una vita, chiedere aiuto ai figli oppure rinunciare alla soluzione più adeguata.

Il ruolo del Fondo regionale per la non autosufficienza

In Emilia-Romagna opera il Fondo regionale per la non autosufficienza, uno degli strumenti più importanti del welfare territoriale.

Il Fondo contribuisce, nei casi previsti, al sostegno delle persone fragili e all’integrazione delle rette delle RSA accreditate.

Negli ultimi mesi la Regione ha scelto una manovra complessa.

Da una parte sono aumentati alcuni prelievi fiscali, tra cui addizionale regionale, ticket sanitari, IRAP e bollo auto.

Dall’altra, queste risorse hanno consentito di riequilibrare i conti della sanità regionale, azzerando il deficit e incrementando proprio il Fondo destinato alla non autosufficienza.

Tra gli obiettivi vi è anche l’aumento dei posti letto accreditati, con una crescita prevista dal 2,4% al 2,7%, un incremento significativo per un territorio che soffre da anni di carenza di disponibilità.

Le liste d’attesa raccontano una crisi silenziosa

Il problema, tuttavia, resta aperto.

I posti disponibili continuano a essere inferiori rispetto al fabbisogno reale.

Le liste d’attesa sono ormai una criticità strutturale.

Così molte famiglie sono costrette a mantenere a casa persone con bisogni assistenziali molto elevati, anche quando un inserimento in struttura sarebbe clinicamente più appropriato.

È una situazione che produce fatica fisica, psicologica ed economica.

Le famiglie sono cambiate

Esiste poi un elemento spesso sottovalutato.

Le famiglie italiane non sono più quelle di quarant’anni fa.

Sempre più spesso troviamo:

  • nuclei con un solo figlio;
  • coppie senza figli;
  • parenti che vivono lontano;
  • figli che lavorano a tempo pieno;
  • persone anziane completamente sole.

La rete familiare che per decenni ha rappresentato il primo welfare del Paese si sta progressivamente assottigliando.

Questo rende indispensabile un rafforzamento dei servizi pubblici e dell’assistenza professionale.

La professione della cura diventa strategica

Parallelamente cresce anche un’altra esigenza.

Servono più operatori qualificati.

Il lavoro di cura dovrà essere valorizzato economicamente e socialmente, favorendo formazione, professionalizzazione e ricambio generazionale.

Senza nuove figure professionali, infatti, anche eventuali maggiori risorse economiche rischierebbero di non tradursi in servizi realmente disponibili.

Una sfida che riguarda tutti

La non autosufficienza rischia di diventare uno dei principali fattori di disuguaglianza sociale dei prossimi decenni.

Chi dispone di patrimoni importanti riuscirà probabilmente a sostenere i costi dell’assistenza.

Chi vive esclusivamente della propria pensione potrebbe invece trovarsi rapidamente in difficoltà.

Il rischio è quello di trasformare una condizione sanitaria in un problema economico capace di impoverire intere famiglie.

In un Paese che continua a invecchiare, il vero indicatore del benessere non sarà soltanto l’importo della pensione, ma la capacità del sistema pubblico di garantire assistenza dignitosa quando la fragilità entra nella vita quotidiana.

Perché la longevità rappresenta un successo della società soltanto se viene accompagnata da un welfare capace di prendersi cura delle persone fino all’ultimo tratto del loro percorso.

In conclusione

L’Italia sta entrando nell’era della grande longevità, ma il sistema di assistenza fatica a tenere il passo. Oggi una pensione media non è più sufficiente a coprire il costo di una badante convivente regolarmente assunta e, quando si rende necessaria una RSA, il divario economico diventa ancora più marcato. Rafforzare il Fondo per la non autosufficienza, aumentare i posti disponibili nelle strutture, sostenere le famiglie e valorizzare le professioni della cura non rappresentano più semplici scelte politiche, ma condizioni indispensabili per garantire dignità agli anziani e sostenibilità sociale alle generazioni future.

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Di Roberto Lambertini

Roberto Lambertini è nato a Bologna il 4 settembre 1961. Fin da giovane è stato appassionato di lettura, libri e informazione.

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