Essere molto vecchi è vivere in una casa che conosci a memoria. Ogni stanza ha un suono preciso. Il pavimento scricchiola più di ieri. Le scale sono più ripide. Il corpo è quella casa.
La mattina arriva piano. Mi sveglio prima dell’alba. Non per scelta, per abitudine del corpo. Il caffè ha un profumo più forte del solito. Lo bevo lento. Conto i farmaci come si contano monete.
La memoria non è un archivio ordinato. È un cassetto pieno. Trovo una fotografia, ne perdo un nome. Ricordo le voci, meno i volti. Alcune scene le vedo come fossero oggi. Di altre resta solo la luce.
La paura c’è. Non è un mostro, è una presenza discreta. Si siede sulla sedia di fronte a me. Chiede poco. Vuole che io riconosca che è qui. Quando lo faccio, smette di agitarsi.
Il tempo cambia forma. I giorni sono lunghi, gli anni sono corti. L’attesa occupa spazio. Aspetto una telefonata, una visita, un risultato. Aspetto e imparo a respirare.
Ci sono piccoli dolori che non meritano un nome
Ci sono piccoli dolori che non meritano un nome. Ti ricordano che tutto è reale. Anche i piaceri sono piccoli. Il sole sul viso vicino alla finestra. Il pane caldo. L’odore di lenzuola pulite. Una mano che stringe la tua.
Ciò che non ho fatto pesa meno di quanto temevo. I rimpianti si fanno smussati. Non perché siano spariti. Perché non ho più energie per far loro la guerra. Li osservo. A volte sorrido. A volte no.
La rabbia capita. Per una chiave che cade. Per una parola che non arriva. Per un corpo che non obbedisce. Passa presto. La pazienza prende il suo posto. Non per virtù. Per necessità.
Gli addii si moltiplicano. Amici, compagni di strada, vicini. A un certo punto smetti di dire addio. Dici grazie. Dici il loro nome. Lo tieni in bocca per non perderlo.
La casa si fa più piccola. Anche il mondo. Taglio ciò che è superfluo. Tengo poche cose vicino. Un quaderno. Due libri. Una fotografia buona. Un numero da chiamare.
Non penso alla morte tutto il giorno. Penso alla morte come si pensa alla pioggia. So che arriva. Spero di essere in casa quando scende. Di avere un tetto che regge. Di non essere solo.
La fede, se ce l’hai, cambia tono. Non chiede miracoli. Chiede compagnia. Se non ce l’hai, cerchi lo stesso una forma di pace. La trovi in un gesto preciso. In una routine che tiene.
La gentilezza, a una certa età, è la miglior medicina che resta.
Il corpo manda segnali chiari. Ti dice di sederti. Di bere. Di dormire. Lo ascolti, anche quando ti infastidisce. Non è più un nemico. È un compagno stanco.
Con i nipoti, se ci sono, parli semplice. Non cerchi frasi importanti. Chiedi come va la scuola. Ridi per una sciocchezza. Ti basta vederli passare la porta. Capire che la vita continua.
Impari il valore del poco. Poche parole, dette bene. Pochi passi, fatti con calma. Poche promesse, tutte mantenute. Il superfluo cade da solo.
Ogni tanto fai la lista delle ultime volte. L’ultimo viaggio. L’ultima neve. L’ultima pesca. Non per tristezza, per ordine. Poi fai la lista delle prime volte che ancora puoi permetterti. Una chiamata oggi. Una passeggiata breve domani. Un grazie detto a chi se lo merita.
Il futuro è una stanza piccola
Il futuro è una stanza piccola. Ci sta un letto, una sedia, una finestra. Non serve altro. La finestra è importante. Da lì entra la luce. Vedi passare il tempo senza corrergli dietro.
Quando pensi alla fine, vuoi due cose. Che sia breve. Che sia gentile. Non è retorica, è misura. La gentilezza, a una certa età, è la miglior medicina che resta.
Essere molto vecchi, con la morte vicina, è questo. Una chiarezza severa. Un amore più quieto. Una gratitudine ostinata per ogni minuto buono. E la voglia, ancora, di mettere in ordine il tavolo, prima di alzarsi.
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